Amare la lettura a scuola: Evelina Santangelo. Il giorno degli orsi volanti

In quest’anno scolastico 2012-’13 stiamo leggendo Evelina Santangelo, Il giorno degli orsi volanti, Einaudi editore.

II mercoledì della Fede: Zaccaria

Luca 1,5-25

Zaccaria. Un uomo consacrato, che è stato scelto per gli uffici sacerdotali nel turno di Abìa. Un metodico esecutore del rito e costante esecutore dei comandamenti e dei precetti del Signore. Un uomo dedito alla preghiera. Ma quale preghiera? Con quale convinzione di fede Zaccaria compiva la sua opera? Forse la sua preghiera era diventata ritualità, ripetizione di formule, sempre le stesse, che non potevano garantire l’efficacia della loro azione. Zaccaria, uomo anziano, aveva una moglie, Elisabetta, sterile. E nel tempo di Erode, re di Giudea, tale condizione femminile era considerata una maledizione di Dio. Elisabetta era anziana ormai e questo ora la confortava. Una donna anziana non può più avere figli per il ritmo biologico della natura umana. Ed in lei non c’era più speranza di cambiamento del suo stato anzi ora v’era la certezza che la sua vita era andata così. Forse le preghiere di Elisabetta erano le stesse del marito. Non poteva immaginare che tutto ciò potesse essere trasformato per azione divina. Era subentrata la ritualità nelle preghiere sempre più s’affievoliva la speranza. Ed allora la fede? Cos’è la fede se non avere certezza che Dio possa modificare i progetti umani ed intervenire in ogni momento? Ma Dio sa accogliere con amore anche la parte più tragica della nostra esistenza. E le preghiere di Zaccaria vengono accolte in cielo. Lo riferisce l’angelo: ” Non temere, Zaccaria, perché la tua preghiera è stata esaudita; tua moglie Elisabetta ti partorirà un figlio e gli porrai nome Giovanni.”  Zaccaria, “Dio si è ricordato”, accoglie con titubanza  tale rivelazione . Non è coerente con la fede che pensava di avere. Dio invece accoglie le preghiere di questa semplice coppia e vuole realizzare il suo progetto a partire dalla loro semplicità. Ma forse i due si erano sfiduciato dimostrando una fede sempre più pallida ed offuscata in quanto legati alle categorie temporali umane. Quante volte noi preghiamo e vorremmo che le nostre suppliche siano accolte immediatamente da nostro Signore,  che siano esaudite le nostre fragilità, trasformando la nostra fede in un chiedi-accogli-esaudisci da risolvere in poco tempo? E poi quando tutto ciò non arriva nei tempi che noi abbiamo programmato cominciamo a sentirci sfiduciati, abbandoniamo la nostra fede…  E riveliamo che quella non era fede ma abitudine. Ci eravamo costruiti un Dio a nostro uso e consumo peccando di idolatria in quanto avevamo costruito un’idea di Dio che non coincide con la verità ma è il risultato delle nostre comodità. I giusti no hanno un diritto esclusivo di gioire anche se la loro fede è gioia, non hanno la certezza  della quotidiana felicità perché rinnegherebbero la loro natura umana. E’ detto nelle scritture. Sono gli empi che stanno bene, vivono nel lusso, sperperano, comandano, credono di aver il potere. Ma di quale benessere, di quale felicità, di quale lusso, di quale guadagno, di quale potere stiamo parlano? Tutto è vano e provvisorio. Cos’è la loro vita? Il giusto si lamenta, è sfortunato. Dio, dunque,  agisce sempre in situazioni in cui l’uomo non può realizzare  cose impossibili. E secondo i suoi tempi ed il suo volere. Dio agisce quando l’uomo riconosce di  non avere futuro da solo. Ecco che si apre uno spazio in mezzo alla confusione della vita umana, uno squarcio fra le nubi, dove Dio si rivela. Dio si rivela a Zaccaria nel tempo, nel luogo della vita, in quella vita che è orientata a Lui. Il giusto che vive nella sterilità non si allontana da Dio ma è anche chiaro che chi  è vicino a Dio non è esente dal pagare un prezzo per la propria umanità.  Zaccaria non crede alla rivelazione. Zaccaria dubita e chiede: ” Da che cosa conoscerà questo? Perché io sono vecchio e mia moglie è in età avanzata.” Zaccaria  non fa entrare in lui la Parola. E rimarrà muto e “ non potrà parlare fino al giorno che queste cose avverranno.” L’uomo senza fede è muto e senza senso.  Se non faccio entrare  la Parola di Dio dentro me, se non Le permetto di agire scavare dentro la mia coscienza, si rimane muti  e si cerca la fuga, non si è mai felici, si vive nella maledizione perché non si è uomini benedetti. Nell’ultima parte del capitolo di Zaccaria in Marco, Elisabetta , dopo che è rimasta incinta, riconosce che il Signore le ha rivolto “il suo sguardo per cancellare la sua vergogna in mezzo agli uomini”. Elisabetta è come Zaccaria. Dopo che ha ricevuto in grembo il bambino ha riconosciuto ciò.  Con le loro categorie umane di pensiero man mano passava il tempo umano e loro si rivedevano sempre più vecchi ,non hanno creduto che le loro preghiere potessero essere accolte. Ma ci chiediamo: la loro preghiera è sincera? Rispecchiava  la vera fede, cioè abbandonarsi totalmente al Signore? Non sembra. Perché hanno dubitato della potenza di Dio, della sua misericordia , della sua volontà. Solo con il bimbo che le pulsava dentro, Elisabetta potrà esclamare: “ ecco quanto ha fatto per me, il Signore…” Quante volte rimaniamo muti perché durante il nostro cammino di Fede, cadiamo nella rete del dubbio. La nostra forza è quella di essere fragili perché attraverso la nostra fragilità percepiamo la potenza di Dio e viviamo nel progetto che Lui ha predisposto per ognuno di noi. La sofferenza, la sterilità, la povertà sono strumenti per operare la vera carità, senza la quale la nostra fede è sentimento e sentimentalismo. Noi, creature umane, non riusciamo ad essere fedeli. E’ la nostra natura. Solo Dio è fedele perché ha misericordia di noi. O Dio, ti ho chiesto e tu mi hai dato solo quello di cui avevo bisogno. Non hai esaudito le mie preghiere profuse ma quelle mie inespresse, custodite nel mio cuore. Ho solo Te, mio Signore. E questo mi basta per superare gli icerberg della vita.

Un mercoledì della Fede

Cosa vuol dire essere alla ricerca di Dio? Me lo sono chiesto più volte, accogliendo un invito del parroco per  un mercoledì profondamente diverso da quelli vissuti finora. Ed allora, alzandomi dalla poltrona, impigrito e scontento, stanco per tutta una giornata di impegni e di occupazioni terrene, ho preso in mano la mia Bibbia, un blocchetto per appunti e sono partito. Ad un tratto la stanchezza è scemata. Il cuore s’è riempito di una gioia immensa quando sono giunto nel salone parrocchiale ed ho rivisto tanti conoscenti,  a volte, solo facce notate in fretta durante le routine giornaliere,  tra un nervosismo ed una fatica quotidiana ma  ora radiose, accoglienti, sincere, sempre più desiderose di incarnare la Parola di Dio. Mettersi in cammino per percorrere una strada, che non è solo viaggio personale ma impegno comunitario rende il cuore pieno di gioia, rivitalizza il corpo, fa esultare l’anima. Il Vangelo di Luca, il Vangelo dei poveri, è un viaggio già sperimentato dagli Apostoli, da chi ci ha preceduto. Siamo in cammino come oggi, assieme ai fratelli per cantare le lodi al Signore e per iniziare la riscoperta di Cristo. Il canto “ Ascolta Israele” ce lo ricorda. “Il Signore è l’unico Dio, /tu amerai il Signore tuo Dio”. E questo cuore così immenso come piena di un fiume, come scoppio di una diga che non riesce a contenerlo, è la misericordia del nostro Dio, nostro perché comunitario, comune Padre che ascolta, ci corregge, ci esalta, ci ama profondamente anche con la nostra fragilità, con la nostra miseria; e tanto più siamo in sofferenza tanto più è con noi, soffre con noi, muore per noi, risorge  e ci fa risorgere, ci rialza quando cadiamo, ci acciuffa per i capelli quando cerchiamo di sfuggire al Suo sguardo. La mia ricerca è quella di Luca, di ogni fratello che è in cammino e con diversi mezzi, attraverso diversi orientamenti , ci è compagno, e consapevolmente siamo viandanti, percorriamo assieme il sentiero. Leggiamo la testimonianza di “coloro che ne furono testimoni fin da principio e divennero ministri della Parola”. Anch’io voglio essere servo di Cristo, messaggero del suo amore, angelo della sua salvezza, non per innalzarmi  ma per vivere l’umiltà dell’anima, per imitare nostro Signore anche se so che sarebbe paradisiaco pensare che io, creatura fragile, possa riuscire a toccare almeno il lembo del mantello del Cristo che passa. La nostra vita deve essere questa: scoprire la fede in noi. E come viene affermato da Paolo nella Lettera agli Ebrei solo “ se crederai potrai vedere miracoli” , potrai gustare l’amore di Dio, attraverso la contemplazione della Santissima Trinità.  Canterò la lode con Zaccaria , canteremo la visitazione di nostro Signore e la redenzione del suo popolo. Quel bambino è il profeta, è il profeta dell’Altissimo, colui che ci ha rivelato la salvezza . E mentre cammino seguendo la stella, la luce che squarcia le tenebre, cercherò d’essere albero saldamente piantato lungo i corsi d’acqua, con le fronde arcuate per bere la freschezza di quella parola; ed anche se non ci riuscirò ad afferrarne la dolcezza con le foglie ed i rami, sprofonderò le radici per affacciarmi attraverso la terra alle sponde del fiume, che sconvolge con la sua rapidità e rilassa con la sua pacatezza per portarci al mare che è il Padre celeste. Sarò sentinella non solo per vegliare nella notte e scongiurare gli assalti delle tenebre ma aspetterò il mattino, il nuovo sorgere della luce per annunciare, gridare, lodare e testimoniare la Risurrezione. Mi sentirò un povero viandante perché la povertà è la nostra ricchezza, schiaccerò ogni superbia perché l’umiltà è la nostra forza e sarò in cammino, aspettando che lungo la strada che porta a Lui mi raggiunga Gesù e si accosti a spiegarmi il senso del mio fervore. Canterò  le lodi del Signore con tutta la mia mente, con tutta la mia forza, con tutto il mio cuore, con tutta la mia anima e sarò una corda accordata alle altre corde per essere coro ed armonia ecclesiale. Infine aspetterò che il mio mandorlo fiorisca in inverno  cosicché la luce trionfi fra le tenebre e le dissolva e la speranza sia certezza. Allora sì, che gusterò la mia fede e l’accrescerò, la offrirò ai fratelli perché possa condividere la mia gioia d’essere amico del Signore. Anche se smarrirò la strada e mi impantanerò lungo il sentiero so che Dio non mi abbandonerà e mi cercherà, mi scoverà in ogni situazione e mi farà correre sicuro del suo abbraccio verso la Gerusalemme del Signore.

Il Papa ricorda che Dio ci insegna a volere sempre e solo il bene

All’Angelus il Papa ricorda che anche chi sbaglia merita di essere amato

Quando l’amore di Dio mette radici nel cuore, l’uomo  diventa capace di amare anche chi  non lo merita. Lo ha detto il Papa all’Angelus di domenica 4 novembre 2012,  in piazza San Pietro, riproponendo l’insegnamento evangelico di Gesù «sul più grande comandamento, il comandamento dell’amore, che è duplice: amare Dio e amare il prossimo».

Benedetto XVI ha ricordato che solo «chi vive in una relazione profonda con Dio» può mettere in pratica pienamente il comandamento dell’amore: «Proprio come il bambino — ha spiegato —  diventa capace di amare a partire da una buona relazione con la madre e il padre». Prima di essere un comando, infatti, l’amore «è un dono, una realtà che Dio ci fa conoscere e sperimentare, così che, come seme, possa germogliare anche dentro di noi».

«Da Dio  — ha detto ancora il Pontefice —  noi impariamo a volere sempre e solo il bene  e mai il male». Del resto, ha aggiunto, anche un padre e una madre «non amano i figli solo quando lo meritano: li amano sempre, anche se naturalmente fanno loro capire quando sbagliano». Così è per il cristiano, chiamato a guardare l’altro non solamente con i propri occhi ma «con lo sguardo di Dio, che è lo sguardo di Gesù Cristo». Uno sguardo «che parte dal cuore e non si ferma alla superficie, va al di là delle apparenze e riesce a cogliere le attese profonde dell’altro».

L’amore di Dio, dunque, è inseparabile dall’amore del prossimo, secondo l’insegnamento di Gesù. Il quale — ha precisato il Papa — «non ha inventato né l’uno né l’altro, ma ha rivelato che essi sono, in fondo, un unico comandamento, e lo ha fatto non solo con la parola, ma soprattutto con la sua testimonianza».

Digressione

TRA CIELO E TERRA

Una «festa senza fine» che si vive in comunione «tra cielo e terra». È il senso della solennità liturgica di Tutti i Santi così come sintetizzato da Benedetto XVI nei due momenti significativi che hanno caratterizzato quest’anno la ricorrenza. Nel tardo pomeriggio di mercoledì 31 ottobre, infatti, il Papa  ha presieduto la celebrazione dei vespri nella Cappella Sistina,per ricordare il cinquecentesimo anniversario dell’inaugurazione dell’affresco michelangiolesco che ne impreziosisce la volta. E il giorno dopo, giovedì 1° novembre, a mezzogiorno, ha guidato il consueto incontro di preghiera con i fedeli che si sono recati in piazza San Pietro per la recita dell’Angelus nel giorno di festa.

 Nello splendore della Cappella magna del Palazzo Apostolico Vaticano, Benedetto XVI ha colto l’immagine di una Chiesa in cammino verso la Gerusalemme celeste di cui si parla nella Lettera agli Ebrei, dove accanto «a miriadi di angeli»  e nell’«adunanza festosa» che «ha per centro Dio» si realizzano per i cristiani «le promesse dell’Antica Alleanza». Una «dinamica di promessa e compimento» rappresentata in Sistina, ha notato il Pontefice, «negli affreschi delle pareti lunghe» che trovano poi la sintesi nel giudizio finale michelangiolesco, rappresentazione meravigliosa  della grande vittoria del Dio creatore,  della sua potenza, del suo diretto rapporto con l’uomo. E proprio «in quell’ incontro tra il dito di Dio e quello dell’uomo — ha concluso il Papa — noi percepiamo il contatto tra il cielo e la terra». In questo toccarsi di  cielo e terra si esprime tutta la pienezza della vita dell’uomo in Dio. Benedetto XVI lo ha spiegato ai fedeli in piazza San Pietro per l’Angelus di Tutti i santi, coloro i quali «hanno vissuto intensamente» la dinamica di cui aveva parlato ai vespri.  È «nella comuinione dei santi» che si realizza l’unione delle due dimensioni di una Chiesa che cammina nel tempo e che partecipa «alla festa senza fine» nella Gerusalemme celeste.  Ed è questa una realtà «che comincia quaggiù sulla terra — ha spiegato ancora il Papa — e raggiunge il suo compimento in cielo». 

Essere cristiani, fare parte della  Chiesa «significa aprirsi a questa comunione — ha concluso il Pontefice — come un seme che si schiude nella terra, morendo, e germoglia verso l’alto, verso il cielo». Con questa fede piena di speranza «veneriamo tutti i santi», anche quelli che «solo Dio conosce»