Una pecorella per Gesù Bambino

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Caro Bambino, accudito da quella giovanissima donna, arrivata da Nazareth assieme al suo sposo, rifiutati da tutti perché per il censimento tutte le locande erano piene e ricoverati in un alloggio di fortuna, dove un asinello ed un bue riscaldavano il tuo tenero corpo, mi avvicino a te, perché anch’io voglio contribuire a lodare il re dell’Universo.  Uscita dal gregge,  il pastore mi ha portata in dono a quella Sacra famiglia, che nulla di lussuoso aveva ma condivideva l’umiltà come ricchezza. Caro e tenero  bambino , che sei venuto per salvare  gli uomini dal peccato e far  trionfare la gloria di Dio Padre, ricordati di me nel tuo regno celeste cosicché possa ancora allietare l’aria del paradiso come quando ti vidi nelle sembianze dell’uomo in quel freddo e gelo nei pressi di Betlemme.

Quattro motivi per fidarsi di Dio di fratel Alois

Prima proposta: parlare insieme del nostro cammino di fede. Qual è il senso della nostra vita? Come ci poniamo di fronte alla sofferenza e alla morte? Cosa dona la gioia di vivere? Ecco delle domande alle quali ogni generazione e ogni persona sono chiamate a rispondere. Le risposte non possono essere contenute in formule già fatte. «E se Dio esistesse?». La domanda su Dio non è sparita dall’orizzonte, ma si è profondamente modificato il modo di proporla. Il fatto che l’individualità sia centrale nella nostra epoca ha questo lato positivo: valorizza la persona umana, la sua libertà, la sua autonomia. Anche nelle società dove la religione è molto presente, la fiducia in Dio non viene da se stessa, ma necessita di una decisione personale. «Dio abita una luce inaccessibile. Nessuno fra gli uomini lo ha mai visto né può vederlo» (1 Timoteo, 6, 16). Questa parola dell’apostolo Paolo ha una risonanza molto attuale. Quali conseguenze trarne? Cerchiamo insieme, parliamone con altri, credenti, agnostici o atei! La linea che passa fra la fede e il dubbio attraversa i credenti come i non credenti. Quando dei cercatori di Dio sono meno assertivi nell’espressione della fede, non è perché sono meno credenti, è che sono molto sensibili alla trascendenza di Dio. Rifiutano di rinchiudere Dio in concetti. Se nessuno può vederlo, in che modo, allora, i primi cristiani hanno potuto affermare che in Gesù noi vediamo Dio? «Egli è immagine del Dio invisibile» scrive lo stesso apostolo Paolo (Colossesi, 1, 15). Gesù è uno con Dio, vero Dio e vero uomo, senza separazione né mescolanza. Quanti combattimenti nel corso della storia per affinare il senso di queste espressioni paradossali del mistero di Dio! Esse non si sostituiscono alla nostra ricerca personale, ne tracciano il cammino. Gesù, attraverso tutto ciò che è stato e che ha fatto, mostra che Dio è amore, rivela il cuore di Dio. Dio non è una forza arbitraria, ma Colui che ci ama. I primi cristiani hanno testimoniato che Gesù si è rialzato dalla morte, che egli è in Dio. E mette la vita stessa di Dio, come un tesoro, nel cuore di coloro che incontra. Questo tesoro è ancora una presenza personale, si chiama Spirito Santo, egli consola e incoraggia. I nomi “Pa d re ”, “Figlio” e “Spirito Santo” indicano che Dio è comunione, relazione, dialogo, amore al punto che i tre non sono che uno. Quindi la fede cristiana contiene un paradosso così grande che ci impedisce di diventare maestri di verità. Seconda proposta: cercare dove incontrare Cristo. Gesù non ha insegnato una teoria, ha vissuto una vita umana simile alla nostra, con la sola differenza che in lui l’amore di Dio risplendeva senza alcuna ombra. Ma già durante la sua vita, molti hanno diffidato di lui: «è fuori di sé» (Ma rc o , 3, 21), «si è fatto uguale a Dio» (Giovanni, 5, 18). Nessuno è obbligato a credere in lui. Credere, tuttavia, è più che un semplice sentimento. È anche un atto razionale: è possibile prendere una decisione consapevole sulla fede in Cristo. Cosa rende Gesù credibile? Per quale motivo, da più di duemila anni, molte persone lo seguono? Non è forse la sua umiltà? Egli non ha imposto nulla a nessuna persona. Non ha fatto che andare verso tutti, per dire che Dio è vicino a loro. Ha dato fiducia a donne e uomini ai quali la società rifiutava la fiducia. Ha restituito loro la dignità. Ha accettato di essere incompreso ed escluso lui stesso per non rinnegare l’amore di Dio per i poveri e gli esclusi. Noi possiamo incontrare Cristo leggendo la sua vita nel Vangelo. Ancora oggi egli ci chiede: «Chi sono io per te?» (cfr. Ma t t e o , 16, 15). Ed egli ha detto che dona se stesso, si dona a noi nell’Eucaristia. Possiamo incontrarlo nella comunione di coloro che credono in lui, quando le nostre Chiese sono comunità che accolgono. L’anno prossimo, cercheremo delle possibilità concrete per contribuire alla realizzazione della comunione visibile di tutti coloro che amano Cristo. Lo incontriamo nei più poveri: egli aveva un amore particolare per loro.«Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Ma t t e o , 25, 40); vorremmo verificare queste parole di Cristo in vista del nostro raduno del 2015. Possiamo incontrarlo quando guardiamo verso i testimoni che fanno affidamento su di lui. Andiamo, da soli o insieme ad altri, a incontrare e interrogare una donna o un uomo la cui vita è stata cambiata dall’incontro con Cristo. Oppure leggiamo insieme la vita di un testimone della fede: Francesco d’Assisi, Giuseppina Bakhita, Dietrich Bonhoeffer, Madre Teresa, Oscar Romero, Aleksandr Men’, e molti altri.Sono stati molto diversi, ciascuno con i suoi doni unici. Non si tratta di volerli copiare, ma di vedere come la loro fiducia in Cristo li ha trasformati. Hanno avuto i loro difetti, ma hanno tutti parlato a Dio nella preghiera, anche se alcuni fra di loro hanno conosciuto notti interiori. L’amicizia con Cristo li ha resi liberi, e così il meglio di loro è fiorito. Terza proposta: cercare come affidarsi a Dio. Credere in Dio, avere fiducia in lui, è far affidamento su di lui. Avere la fede non significa poter spiegare tutto o avere una vita più facile, ma trovare una stabilità e un punto di partenza. Non dipendere più dai successi o dagli insuccessi, dunque in ultima analisi da noi stessi, ma da un Altro che ci ama. Nessuno può vivere senza sostegno e, in questo senso, tutto il mondo crede in qualche cosa. Gesù ci invita ad affidarsi a Dio, come ha fatto lui e perché lo ha fatto lui. Lui ci insegna a pregare «Padre nostro che sei nei cieli». L’adorazione in silenzio nutre la riflessione e l’intelligenza. Ma, ancor più, ci mette di fronte al mistero di Dio. Suscitare momenti “sabbatici”, momenti in cui fermarsi, momenti di vuoto, offrire del proprio tempo per aprire la chiesa più vicina per due ore alla settimana, pregare con altre persone, unirsi alla Chiesa locale per fare memoria ogni settimana della morte e della risurrezione di Cristo: tutto questo permette a Dio di abitare il nostro quotidiano. In ciascun essere umano c’è una vita interiore. In essa si mescolano luce e ombra, gioie e paure, fiducia e dubbio. Aperture sorprendenti vengono alla luce. Quando sappiamo di essere amati o quando noi amiamo, quando viviamo legami di amicizia, o ancora quando la bellezza della creazione o della creatività umana ci colpisce, appare evidente che la vita è bella. Questi momenti talvolta ci sorprendono, avvengono anche in tempi di sofferenza, come una luce che viene da altrove. Con semplicità possiamo trovarvi la presenza dello Spirito Santo nella nostra vita. Nel nostro tempo dove molti conoscono rotture o cambiamenti inattesi nella loro vita, la relazione con Cristo può donare continuità e senso. La fede non dissolve tutte le nostre contraddizioni interiori, ma lo Spirito Santo ci dispone a una vita vissuta nella gioia e nell’amore . Quarta proposta: aprirci senza paura all’avvenire e agli altri. La certezza della fede non ci chiude in noi stessi. La fiducia in Cristo ci apre alla fiducia nell’avvenire e alla fiducia negli altri. Essa ci sprona ad affrontare coraggiosamente i problemi della nostra esistenza e del nostro tempo. La fede è come un’ancora che ci salda nell’avvenire di Dio, nel Cristo risorto al quale essa ci lega inseparabilmente. Se il Vangelo non permette alcuna speculazione sulla vita dopo la morte, esso ci comunica tuttavia la speranza che noi vedremo Cristo, già ora nella nostra vita. La fede ci porta a non avere paura né dell’avvenire né dell’altro. La fiducia della fede non è ingenua. È cosciente del male presente nell’umanità, fin nel nostro stesso cuore. Ma non dimentica che Cristo è venuto per tutti. La fiducia in Dio fa nascere in noi uno sguardo nuovo sugli altri, sul mondo, sull’avvenire, uno sguardo di riconoscenza e di speranza, uno sguardo per la bellezza. La fiducia in Dio libera la creatività. E noi, insieme a san Gregorio del  IV secolo, possiamo cantare: «Tu che sei oltre ogni cosa, chi potrà mai afferrarti? Ogni creatura ti onora. Verso te i desideri di tutti»

da l’ Osservatore Romano di sabato 29 dicembre 2012

Il silenzio, condizione per la contemplazione.

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Il silenzio è la condizione più consona per contemplare la venuta di Dio nel mondo, quel silenzio che ha accompagnato la rivelazione a Maria da parte del Creatore fino alla notte in cui i pastori rimarranno incantati  da quel Bambino in una mangiatoia. I pastori di Betlemme non sono sovrani, governatori o nobili ma briganti, latitanti che si nascondevano nella pastorizia per sfuggire  alla giustizia, dei reietti, che, però, capirono prima di qualsiasi altro, la regalità divina di quel Pargolo nazareno, prima dei quei sapienti che dall’oriente giunsero a confermare il prodigio divino. Un bimbo, posto nella mangiatoia, che diventerà il simbolo di noi che ci cibiamo in terra  e per sempre, fino al ritorno del Cristo, del pane disceso dal cielo, ogni volta che ci accostiamo all’Eucarestia. Il Re dell’Universo, il Dio con noi, è un Bambino, innocente, fragile, senza peccato, che nella sua grandiosità, incomprensibile alla logica umana, è divinamente presente nel nostro cuore e risulta  un mistero che accade nell’ombra.  Ci ricorda Benedetto XVI che “ ciò che è veramente grande passa spesso inosservato”.  La silenziosità dell’evento è però una deflagrazione nella nostra coscienza e la consapevolezza  che al di là del frastuono umano, del rumore dei tempi , della distrazione del mondo c’è speranza per tutti e per questo ci invita a non aver paura. La stessa voce. che risuona nelle parole di Giovanni Paolo II che qualche tempo fa ci invitava a” Non aver paura ad aprire le porte del nostro cuore a Cristo”. Ciò che è grande e sacro, spesso, avviene nel nascondimento, nei cuori degli uomini, che gli altri giudicano ultimi nella società. Il Fiat di Maria, il silenzioso Fiat ha avuto la forza  di capovolgere il mondo e la storia. Quel silenzio necessario non è altro che la Grazia sempre presente nel nostro quotidiano, quel Dio che trasforma e rimane. L’”essere in basso” dell’uomo è sempre uno status che ci permette di essere recuperati da Dio come il Pastore che parte a recuperare la pecorella smarrita, dopo aver lasciato il gregge al sicuro. Non lasciamoci sommergere dai falsi clamori e respiriamo il silenzio della contemplazione che ci conduce all’adorazione. Ciò che è veramente grande passa spesso inosservato come in Galilea quando Dio bussò al cuore di Maria, dando inizio alla salvezza umana, e Lei per un silenzioso interminabile istante, attese. 

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Natale 2012

 

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Ecco, il Pargolo è in una grotta
nella semplicità del paesaggio.
Una Luce, un Raggio
che scaccia ogni tenebra
e rivitalizza gli alberi rinsecchiti dalla disperazione.
Il Pargolo, in una grotta
la nostra salvezza, la nostra consolazione.

E tu,
hai accolto il Bambino nel tuo cuore?
Hai acceso la speranza
alla tua sfiducia, alla tua tristezza?
Egli è come una brezza
che porta Amore divino
e sarà nella vita
un terremoto spirituale, la nostra luce nel cammino.

La Gioia di far conoscere il Vangelo, moto del cuore e dell’anima.

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Evangelizzare è un moto del cuore, che anima la nostra volontà per trasferire il “credo” agli altri, a chi è in preda alle sofferenze, a chi ha soffocato nella propria vita la voce di Dio e la tiene imprigionata fra i sussulti di ribellione della sua anima, a chi non conosce  l’amore di Cristo e del Padre e la potenza dello Spirito Santo. Così  “l’essere gioioso” diventa una naturale condizione umana per poter diffondere il Vangelo di Cristo, giacché è radicato  nelle persone, dentro alla loro interiorità come sorgente che sgorga  dal suo fondo. Una gioia che  nasce dall’agire misterioso e attuale di Dio dentro al cuore di chi è in grazia e che si esprime in pace del cuore, capacità di amare e lasciarsi amare e nella speranza che è intimamente connaturata ad essa. Si può abbondare di gioia nella tribolazione come in 2 Corinzi  7-4 ed è frutto dello Spirito Santo come in Galati 5, 22 ed in Romani 14, 17. La gioia è l’esultanza per la venuta del Salvatore in quella fredda grotta di Betlemme.Anche  nel libro del profeta Sofrònia (3,14-17) è posta in rilievo per Israele per la revoca della condanna di schiavitù e perché il Signore ha disperso il nemico e dimorerà in mezzo a essa come Re e Salvatore . La  gioia è rinnovamento e speranza. Lo stesso S. Paolo nella lettera ai Filippèsi ( 4 4-7)  ci invita ad essere lieti nel Signore, a non angustiarci per nulla. Ma  e che gioia è questa? Una gioia superficiale o intimamente profonda? La gioia è nella profondità del cuore e nell’ opera e nel continuo operare di Gesù perché la si possa sperimentare come riservata a chi si impegna a vivere nel Signore e per il Signore: una gioia che viene da Dio ed è inconfondibile. La riconosci quando vedi Cristo nei fratelli e in quell’Ostia, che è il suo Corpo, in quel Vino, che è il suo Sangue, nel canto dei fratelli, che è la nostra lode innalzata a Lui.

Il silenzio di Maria come condizione per l’ascolto della Parola di Dio

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Maria ha un momento di turbamento quando l’angelo le rivela la lieta novella. E’ un turbamento di una giovine, che contempla la Parola senza mai metterla in discussione tanto da offrirsi a Lui completamente come Abramo con la sua fede. Un turbamento, che viene immediatamente sopraffatto dall’amore e dal cuore.  Quanta indispensabile necessità vitale per noi  essere in ascolto di Dio che parla. Maria apre il suo cuore e fa scaturire la sua risposta. “ Si compia in me secondo la Tua Parola”. In questo Santo Natale cerchiamo Gesù non nel presepe che abbiamo preparato in casa e che ci fa commuovere per un attimo ma nel presepe che abbiamo innalzato  dentro il nostro cuore, che ci illumina nel nostro cammino terreno. Per saper dire, come Maria: “ Dio, avvenga in me ciò che Tu vuoi !” Il Bambino è in noi. Solo così possiamo capire la festività che è gioia e tripudio nel nostro cuore ed allora annunziarla agli altri, offrendo regali a chi ci circonda per ringraziare ancora con gioia per il dono più bello che Dio Padre ci ha fatto: Gesù. Anche Elisabetta  alla vista di Maria esprime la sua commozione ed ammirazione per la cugina: ”Beata colei che ha creduto nell’adempimento  delle Parole del  Signore”. (Lc  1, 45). Per questa fede “tutte le generazioni  la chiameranno beata” (Lc 1, 48). La fede di Maria, allora, diventa il cardine di ogni beatitudine, di quelle realtà che verranno declamate da Gesù nel discorso della Montagna. E’ la più grande rivoluzione umana perché, a partire dall’insegnamento di Maria fino alla celebrazione di Gesù, rappresentano lo strumento che ci fa spostare montagne. Senza la beatitudine mariana, le altre beatitudini rischiano l’appiattimento  nel sociale (prendersi cura delle povertà), mentre rappresentano l’espressione più alta della fede, che riesce a trasformare il destino degli uomini. Nel Magnificat, Maria anticipa l’opera di Dio nella storia: disperde i superbi, rovescia i potenti dai troni, rimanda a mani vuote i ricchi, innalza gli umili e ricolma di beni  gli affamati” ( Lc, 1 46-55). Il Dio, di manzoniana lettura, che “ atterra e suscita” è un Dio infinitamente buono , che salva le sue creature e prepara le condizioni ottimali affinché tutti siano alla sua Presenza, capovolge la storia umana che va avanti con l’istintualità e pretende una lettura animata solo dalla razionalità. Dio rimescola i ruoli umani e sconvolge i progetti di grandezza degli uomini nella storia. Se veramente crediamo che Dio è con noi, che Cristo è l’Emmanuele, che lo Spirito Santo anima il nostro corpo, suo Tempio, entreremo in sintonia con Maria, con quel Magnificat che è la Fede pratica e reale, unica speranza di salvezza che rende significativa la nostra presenza nel mondo e che ci tiene in intimo contatto, quotidianamente, ora per ora, minuto per minuto, secondo per secondo, con Dio, con la sua grazia e con la sua voce.

O Maria , fa che testimoniamo ogni giorno la nostra Fede, con tutte le nostre forze e con tutta  la nostra vita e che il Vangelo di Cristo, la Parola di Dio sia alimento del nostro respiro, della nostra anima  e della nostra carne.

Altra riflessione sul silenzio di Zaccaria

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All’annuncio dell’angelo Gabriele, Zaccaria  si chiede: “Come potrò mai conoscere questo? Io sono vecchio e mia moglie è avanti negli anni.” Zaccaria, sacerdote della classe di Abìa, uomo irreprensibile come sua moglie nell’osservanza delle leggi, uomo di preghiera, sembra non credere che Dio può tutto. Non sa ascoltare e lo dimostra all’angelo. Un sacerdote, abituato al tempio, a vivere con la presenza del Signore, non sa ascoltare la Voce e la Parola. Pertanto, così come non ha saputo ascoltare, dubitando umanamente nella potenza di Dio, sarà muto. Non potrà professare la Parola, dato che ha dubitato. “Ed ecco, tu sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno poiché non hai creduto alle mie parole, che si compiranno a loro tempo.”Il silenzio, accumulato dal padre dei Giovanni il Battista, esploderà nel grido del figlio, un grido che porta alla conversione. Tanti cristiani pensano, come Zaccaria, che basta impegnarsi nella solidarietà, nelle preghiere e nell’aiuto reale al prossimo per seguire l’essenza cristiana. Ma non ricordano che tutto ciò assume un significato autentico ed eccelso solo quando si accoglie la voce  di Cristo nel proprio cuore e se ne ascoltano i precetti, si accolgono le vibrazioni paradisiache della Sua Presenza, certi che la carità è Dio (Deus caritas est)  e che  a Dio nulla è impossibile. Giovanni nascerà  pieno di Spirito Santo e sarà la voce, il grido, che non ha saputo esprimere il padre Zaccaria, Gesù Cristo sarà lo Spirito di Dio incarnato, l’Emmanuele, il Dio con noi, nelle sembianze di un fragile Bambino, che salverà il mondo, il Re dell’universo, lo Splendore del Creatore, diffuso nella sua opera di creazione. Scrive Ilario di Poitiers, nel suo trattato “ la Trinità”: “L’immagine invisibile di Dio, dunque, non ricusò la vergogna dell’origine umana, trascorrendo, nella concezione, nel parto, tra i vagiti nella culla, attraverso tutte le bassezze della nostra natura”. La rivelazione non è offerta attraverso paramenti solenni o rappresentazioni rituali ma nella umiltà, che scaccia ogni orgoglio, quella che san Francesco nel Medioevo, amerà come condizione per essere vicini a Dio, quella umiltà che ci fa accogliere la voce di Dio e ci fa essere pronti come Abramo, che ci fa amare secondo la volontà divina, quella umiltà che è l’abitazione della Natività, che diventerà Reggia del Re dei re, Seme divino sotto le sembianze di un cucciolo d’uomo, Speranza dell’umanità tutta  “ che Dio abitasse in noi, che cioè con l’assunzione di un corpo umano abitasse nell’intimo di ogni carne”. (Ilario di Poitiers, op. cit. ).

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