Il cammino verso la Gerusalemme del Signore.

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La veglia crea un’atmosfera speciale per la preghiera. Il popolo di Dio è sulla strada. Con esso l’immagine di San Vincenzo giganteggia per l’aula ad indicarci un esempio di santità, che ci insegna una delle vie per arrivare a Cristo. Herder Camara ci fa riflettere: “ E’ possibile viaggiare da soli. Ma il buon camminatore si preoccupa dei compagni scoraggiati”. Procediamo quotidianamente nel nostro cammino; ma tanti sono a scoraggiarsi perché inciampano, cadono, collassano, smarriscono il senso del viatico. Procediamo con lentezza, per accorgerci di chi è in difficoltà. Il buon camminatore non è in gara per raggiungere primo il traguardo di Luce, ma si ferma, ritorna indietro, se necessario, ed aiuta chi sta in ambasce, chi si è indebolito, chi sì è ferito. E lo solleva, anche a costo di caricarselo sulle spalle, per riprendere il cammino comune, mano nella mano, e gioire della Luce, che purifica i nostri sforzi. Ascolta i compagni, cerca di comprenderli soltanto  ascoltandoli, e dopo averli sentiti, offre loro una carezza, una parola di conforto, che riaccenda la speranza. Ho incontrato il Signore. Ho visto il mio Signore.  E quella ricerca, che è nel mio cuore, è diventata realtà; s’è compiuta la speranza e mi sono abbandonato fedelmente al mio Signore, ho accolto la sua lieta notizia e la offro a chi piega i ginocchi e pensa di non essere  più forte per proseguire  il cammino. S’è acceso il fuoco della speranza in chi pensava di esser rimasto sulla strada, abbiamo accolto l’Amore che cura le nostre piaghe e procediamo uniti anche nel buio della notte perché la stella” ci guida alla salvezza”. Le tenebre non prevarranno quando c’è lo Spirito del Nostro Signore, che illumina  i nostri passi e ci fortifica e ci incoraggia e ci guida. Tu che conosci le nostre sconfitte, Tu che dissolvi le nostre paure, ci incroci e ci offri la Tua misericordia, ci illumini, ci santifichi come in Vincenzo nel Nome Tuo Santo e Divino. Dalla terra siamo nati e sulla terra procediamo per la strada che ci porta a Te. Lungo la strada per Emmaus siamo, a volte, smarriti come i due discepoli, incapaci di riconoscerlo secondo quanto Luca ci ricorda. Siamo tristi e non ci accorgiamo della costante presenza di Gesù con noi. Solo quando, procedendo nella strada e non vedendo il nostro compagno di viaggio, avvertiamo la sua Presenza  e “ le donne raccontano che avevano avuto una visione d’angeli”, arrivati al sepolcro, troviamo “come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto”. O Signore, innalzo a te la mia lode e dedico il salmo 138 perché Tu scruti e conosci, Tu sai quando sono seduto o mi alzo, quando sono in cammino o mi riposo. Ci raccomandiamo a Te, eterna misericordia, perché possa indirizzare  sempre sulla via della Verità e della Vita. Shemà, shemà Israel! Ascoltiamo le parole del Nostro Signore, che sono parole di Vita. Shemà, shemà Israel. Esse ci cureranno le ferite e ricomporranno le nostre storie frantumate. La Parola è desiderio di Dio, è strumento di conversione. Anche san Vincenzo  ha provato l’emozione della illuminazione che è fede incondizionata e comincia ad annunciare il vangelo ai poveri “ riconoscendo Gesù in ogni fratello”, nella loro sofferenza,  nella sua umiltà.  Ci esorta a cercare la gloria di Dio ed il Regno di Gesù Cristo anche negli affanni, nelle preoccupazioni  e ci invita a farli diventare strumento per giungere al Padre attraverso Gesù nostro Signore. “ Resta con noi, Gesù, perché si fa sera ed il giorno volge al declino”. Con Vincenzo, facci  amico di tutti, facci diventare conforto per chi soffre, per chi si abbandona alla disperazione e liberaci dagli egoismi, affinché  possiamo servire, amare, ascoltare ogni fratello “che ci fai incontrare”. Signore, stiamo per arrivare a Gerusalemme. Non è la città del sepolcro vuoto ma è la Cena, è la Pasqua, è la Fede, è la Fraternità. E’ la Risurrezione, è la Luce, che ci guida, è il Tuo Spirito che ci conforta.

Nel Giorno della Memoria riflettiamo sul valore della vita.

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L’eugenetica nazista non è stata altro che la selezione della razza, che in un periodo della Germania novecentesca produsse uno dei naufragi esistenziali più colossali e drammatici, che l’umanità ricordi a oltraggio della sua dignità. Ma la storia ci insegna che le teorizzazioni, anche le più spietate, una volta riconosciute tali e rigettate dalle comunità umane, non scompaiono del tutto, si eclissano entrano in un  letargo, che può riportare al risveglio nelle coscienze, che nel tempo si allontanano, rifiutano, non riconoscono, ignorano Dio. L’ideologia dell’ ”homo novus, perfectus” è presente, ancora oggi, in alcune prassi e cerca di essere riconosciuta sempre più da generazioni, che tendenzialmente non conoscono ciò che  è stato o sono orientate anche dalla storia e dal tempo a dimenticare. Anche se,, dopo Hitler  la parola” eugenetica” è oggetto di ribrezzo da parte dell’opinione pubblica, l’idea continua ad albergare nelle menti dell’intellighenzia, falsamente progressista, che propone la constatazione dell’esistenza di “vite non degne di essere vissute”. Nel 1920 Karl Binding ed Alfred Hoche, giurista l’uno e psichiatra l’altro,  in un loro scritto, intitolato  “La liberazione della distruzione di una vita indegna di essere vissuta”, difendono per la prima volta l’eutanasia dei malati irrecuperabili e propongono l’uccisione dei malati mentali. Da qui l’adozione da parte dell’ideologia nazista di tali azioni con le falsamente scientifiche e immorali giustificazioni. La condanna dell’eugenetica da parte dell’O.m.s riguarda, però,  solo la “politica” intesa “ di coercizione che intende fornire un proposito, riproduttivo contro i diritti, la libertà e le scelte dell’individuo”. Se invece è “libera scelta individuale” tutto può essere oggetto di accettazione. Scandaloso! Nell’ambito della sperimentazione si selezionano embrioni e se ne scelgono i più puri. Ancora oggi si nascondono ipotesi, pensieri, teorie, atti, che portano alla selezione e alla pratica della eliminazione della vita, calpestando valori che offendono quotidianamente Dio. Oggi è legale l’aborto terapeutico dei bambini down perché ci si arroga il diritto di decidere ed autorizzare la nascita o l’eliminazione e si giudica se una vita è  degna o indegna di essere vissuta. Oggi si pratica ancora l’eutanasia, perché ci si convince che l’uomo deve decidere come morire e in che modo, con la morte dolce e lenta. A volte ci chiediamo com’è facile per l’uomo partorire idee con giustificazioni falsamente scientifiche, che acquietano gli animi e le coscienze votati alla morte e alla disperazione. Ci chiediamo: perché continua  anche ai nostri giorni il desiderio umano di sostituirsi a Dio, arrogandosi il diritto di decidere la morte e la vita per gli altri? Se solo ascoltassimo il grido dei bambini non nati con il trionfo dell’aborto, le nostre orecchie sanguinerebbero ad ascoltare quel coro, che è strazio di angeli non fatti nascere per immaturità, egoismo, immoralità e barbarie degli adulti. La vita è sempre degna di essere vissuta ed è un diritto di tutti, da quando l’atto d’amore procrea secondo il progetto divino. Guai a chi nega ciò agli indifesi ed a chi uccide, pensandosi assoluto, medico che esegue o paziente che lo richiede. Ne renderanno conto alla propria coscienza e a Dio, che è  Amore Misericordioso.

VII Mercoledì della Fede: Il silenzio fra i rumori della vita. Segno, condizione, custodia, spazio interiore.

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La sera è piena di lampi e tuoni, rumori e d illuminazioni, sotto una pioggia fitta ed insistente. Ci chiediamo quale sia il percorso di vita per un credente. Chissà quante volte nel silenzio, a tu per tu con il nostro cuore e la nostra coscienza, ci siamo chiesti : “Cosa dobbiamo fare? E cosa significano le parole amare, perdonare? Oppure quali sono i percorsi che la Parola di Dio ci invita ad intraprendere nella nostra vita? Quali sono le caratteristiche di chi vuol essere cristiano?” San Paolo ci ricorda che cristiano è colui che emana il profumo di Dio. Bella immagine, ricca di speranza  e di delicatezza! Essere cristiano non vuol dire essere uno stupido o un bigotto ma c’è in questa dimensione la precisa consapevolezza della propria umanità, la certezza di chi è capace di creare o di custodire ciò che è stato creato. Il credente si costruisce una corona di vita, che è profumo divino, percorre il cammino di Dio nella propria esistenza  con l’abbandono totale , cioè con la fede e ne percepisce la fragranza negli altri per riconoscere tale profumo di Dio nella propria vita. Gesù ha parlato agli uomini con parole di uomo, ha condiviso le sofferenze umane, se ne caricato il fardello per amore dell’umanità e si è sacrificato per noi affinché potessimo riprendere il sublime rapporto con il Padre, interrotto dal peccato umano. La frasi di Gesù  sono stimolo alla riflessione per comprendere cosa Egli ci chiede per essere cristiani, per acquistare quella serietà illuminata dalla fede, che nobilita la nostra vita e continua come luce e che s’espande nella nostra comunità parrocchiale. Appartenere ad una parrocchia vuol dire pensare al plurale, interagire con la nostra famiglia e profondere quel senso di corresponsabilità, che ci porta a realizzare il miracolo della piena fraternità. La nostra vita di fede diventa riparo ed offerta anche durante le forti tempeste del tempo. Scorrono le immagini della bellezza del creato e le parole di Gesù nella nostra anima, nel buio, nel silenzio, nella contemplazione.

Svègliati… tu che dormi.

Ti attirerò nel deserto e parlerò al tuo cuore

Entra nel tuo intimo e scopri le potenzialità di tutto il bene.

Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo.

Ti lodo perché mi hai fatto come un prodigio.

Gareggiate nello stimarvi a vicenda.

Fuggite il male, attaccatevi al bene.

Siate lieti nella speranza.

Forti nelle tribolazioni.

Perseveranti nella preghiera.

Premurosi nell’accoglienza.

Rallegratevi con quelli che sono nella gioia.

Piangete con quelli che sono nel pianto.

Vivete nella pace con tutti.

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia perché saranno saziati.

Beati gli operatori di pace perché vedranno Dio.

Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia.

Il silenzio è misericordia

quando il tuo cuore non condanna ma perdona.

Il silenzio è umiltà

quando accogli nel segreto il mistero di Dio.

Il silenzio è pazienza

quando attendi che il seme germogli.

Il silenzio è  fede

quando ascolti la sua presenza  nella bufera.

Il silenzio è mitezza

quando  non rispondi alle offese.

Il silenzio è adorazione

quando non chiedi il perché nella prova.

I miei pensieri non sono i vostri pensieri.

E i miei pensieri sono più alti dei vostri pensieri.

E le mie vie non sono le vostre vie.

Se vuoi … puoi seguire le mie vie

e ricorda … non sei solo.

Svegliamoci, dunque. Il risveglio deve essere la condizione per operare, seguendo Cristo. Ma, a volte, si può anche fingere di seguire Cristo, ingannando se stessi, camminando nella sonnolenza e non partecipando senza prendere coscienza  di quello che si fa. Allora ci si deve interrogare sul significato che diamo alla nostra azione. Se questa è azione cristiana è “ad imitationem Christi” o solo sentimentalismo umano, destinato a spegnersi nel tempo. Il grande dono della libertà di seguire Cristo ci rende più profondamente amanti del suo Amore perché la fede è gioia ed ogni pensiero, ogni atto rivolto a Dio e ai fratelli ci porta a raggiungere altezze , che la nostra fragilità di uomini non potrebbe farci sfiorare. La lode rivolta a Dio  è più intensa  quando abbiamo la consapevolezza di essere ognuno di noi un prodigio. Se solo ricordassimo sempre questa frase, forse riusciremmo a comprendere meglio e ad accettare con più speranza le nostre sofferenze umane. Il silenzio è necessario, è segno, è condizione che dobbiamo abituarci a vivere, non è la chiusura  nel deserto ma la custodia della Parola di Dio nel nostro cuore. E’ uno spazio dove stare con Dio perché Egli possa seminare la sua Parola. Le parole, che noi diremo, nono sono altro che  uno strumento per prendere consapevolezza della qualità del mio silenzio.  Deserto è coltivare  anche in mezzo al rumore, alla tempesta, alla pioggia, la nostra preghiera interiore. Santificarsi vuol dire anche essere compagni di un silenzio che ci predispone a lasciarci baciare dalla misericordia divina. Silenzio è stare al proprio posto, essendo certi che il Signore sta operando e sta plasmando con il suo amore. Ecco che la pazienza si trasforma in fermezza e la coscienza sa rimproverare e caldeggiare le nostre scelte, valutandole indegne o degne di essere rivolte ai fratelli e a Cristo Nostro Signore.

VI Mercoledì della Fede: La nostra interiorità, le “dita di Dio” e la continua ricerca della Luce.

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Riflettiamo sulla spiritualità, che è condizione interiore, che ci porta a scoprire Dio dentro di noi, il nostro Signore che ci parla, ci incoraggia, ci conforta attraverso la coscienza che è sacrario del nostro io. Leggiamo il salmo 8, che oltre ad essere un inno alla gloria di Dio, è un canto per la dignità umana.

Al maestro di coro. Sul canto: «I Torchi…».
Salmo di Davide. 

O Signore, Signore nostro,
quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!
Voglio innalzare sopra i cieli la tua magnificenza.

Con la bocca di bimbi e di lattanti
hai posto una difesa contro i tuoi avversari,
per ridurre al silenzio nemici e ribelli.

Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai fissato

che cosa è l’uomo perché di lui ti ricordi
e il figlio dell’uomo, perché te ne curi?

Davvero l’hai fatto poco meno di un dio,
di gloria e di onore lo hai coronato.

Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,
tutto hai posto sotto i suoi piedi:

tutti le greggi e gli armenti,
e anche le bestie della campagna,

gli uccelli del cielo e i pesci del mare,
ogni essere che percorre le vie dei mari.

O Signore, Signore nostro,
quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!

Già dai primi versetti abbiamo la consapevolezza di quanto è “ glorioso” il nome di Dio sulla Terra. Luce che rischiara, sole che riscalda e produce la condizione adatta per poter essere nel mondo. La maestà divina è sopra i cieli ed attraverso la fragilità, l’umiltà, la miseria, l’amore, ha affermato una forza che vince £ gli avversari”, dediti al male. La creazione dei “ cieli” è opera delle sue dita. Quanto è bella quest’immagine! Non è frutto di mani ruvide, seppur dignitose, ma per la delicatezza della creazione Dio utilizza “le dita”, simboli dell’amorevole raffinatezza dell’atto e del prodotto, con cui ha fissato luna e stelle. Ciò ci porta a chiederci cos’è l’uomo e per quale motivo Dio si prende cura di lui. Qui il ruolo dell’uomo è regale. Essendo poco più inferiore agli angeli (di un dio) è stato dal Creatore stesso “ coronato di gloria e di onore”. E’ stato fatto “signore” della creazione, effettuata sotto il segno della delicatezza e della preziosità gestuale; e tutto è stato posto ai piedi dell’uomo. Per questo è “ glorioso il nome del Signore su tutta la terra. Paolo VI nel tempo in cui l’uomo parte per raggiungere la luna ed ivi sbarca, affida all’astronauta questa copia del salmo, che parla della grandezza dell’uomo, nobilitato dal suo Creatore, Dio dell’universo affinché anche nel satellite potesse esservi una traccia di tale regalità umana e gloria di Dio da offrire  a qualsiasi forma di vita del cosmo. E’ un salmo di una potenza eccezionale, un farmaco per le nostre paure e disperazioni, per le nostre angosce ed i nostri scoraggiamenti. Quando nella nostra vita quotidiana non abbiamo più la percezione  di noi stessi, siamo delusi, abbiamo dimenticato il nostro ruolo  nella creazione, questo salmo è linfa rivitalizzante, è acqua che disseta, è speranza per il disperato. Ci dà una preziosità ed una ricercatezza che ci raffina. Noi, nonostante le nostre quotidianità, il nostro precipitare  sempre in basso, il nostro sguardo spento per le vicissitudini temporali, i nostri sorrisi gioiosi o spenti dai colpi della vita, siamo fatti poco meno degli angeli e ne abbiamo la stessa regalità. E’ una regalità profonda, che ci verrà confermata nel nostro cammino di fede dai sacramenti ( siamo, inoltre, sacerdoti e profeti in Cristo!). Le “dita di Dio” nella creazione sono la dimostrazione di una delicatezza, che ci trasmette un messaggio. Le dita si usano per manifestare più profondamente la nostra interiorità. E’ il trionfo della regalità della nostra condizione creaturale. Dalle dita filtra la bellezza di Dio, che nella creazione fissa stelle e luna. Fissa nel nostro cuore , nella notte oscura del nostro cuore,ciò che può dare luce alla nostra vita. Dio non ci abbandona mai; e già durante la creazione che ci inserisce in essa.  A volte viviamo ma non sappiamo raccontare la nostra vita con il registro della speranza e della progettualità. Tutto ciò rimane un mistero.  L’unica certezza è la Luce. La nostra vita è un continuo rincorrere la Luce e riscoprirla nella sua bellezza  dentro di noi. E’ nel salmo 8 che ci viene ricordato che possediamo due preziosità ; la luna e le stelle. Perché, dunque, ci ostiniamo a persistere nella ricerca della Luce se essa risiede dentro di noi?  Il salmo è un canto di lode  e di gloria ma ha anche una valenza  di incoraggiamento per l’Uomo affinché possa ritrovare, possa far riemergere quella preziosità luminosa che ci permette di riconoscere la luce anche nel fratello. L’Uomo è poco meno degli angeli. Anzi è forse  migliore degli angeli perché porta con sé un po’ di Dio. Quando la nostra vita si lega alla tristezza è perché abbiamo dimenticato la nostra  ricchezza interiore. Bisogna sempre riemergere dalla tenebre con la luce di Dio.  Solo conoscendo la Scrittura, comprendiamo quanto siamo importanti, in ogni condizioni, con ogni status, in ogni sofferenza , in ogni gioia, in ogni caduta, in ogni risurrezione agli occhi di Dio.  Ognuno di noi porta dentro la stessa grandezza di Dio. La conoscenza che nasce come imperativo interiore, deve essere legata alla mia relazione con la sacra Scrittura, Dei Verbum. La conoscenza che arricchisce e diventa mio punto di riferimento per la vita, in ogni frangente, delusione, illusione, sconfitta , trionfo… E dopo l’ascolto , però, deve seguire  l’azione, sotto illuminazione e benedizione divine. L’impegno e la costanza  della conoscenza sono condizioni per un percorso, un cammino senza soste. Cosa è , allora, la vita per ciascuno di noi? Cosa significa vivere nell’ottimismo della Luce? È la caratteristica indispensabile perché il nostro cammino sia proficuo ed efficace. E’ il cuore che ci comanda, è la voce di Dio che ci parla nella conoscenza, che diventa Sapienza della Scrittura.  Ricerchiamo la Luce dentro di noi per offrirla e riconoscerla nel fratello che ci sta accanto ma potremo anche percorrer  altra via che giunga a noi: riconoscere la luce nel fratello per farla risplendere dentro di noi. Allora cambieremo non la vita ma il nostro modo  di vederla e di apprezzarla, sempre e comunque. Diamoci la mano come fanno gli ebrei perché essa trasmette il nostro amore all’altro. La mano e la delicatezza delle dita siano veicolo di trasmissione dell’amore come fluido che passa, come temperatura che si livella fra i corpi. La legge dell’amore filtri i nostri pensieri per far rimanere sempre  positiva la nostra concezione della vita, difendendola a spada tratta, contro chi la attenta  ricerca la giustificazione scientifica, morale e sociale del suo atto.  Segniamo , infine lo stipite delle nostre porte d’ingresso di casa perché gli altri possano riconoscerci  come “illuminati” e “portatori di luce ed amore”, cristiani, con la nostra vita che deve essere  costante testimonianza d’amore.

FUOCO E VENTO DEL SANTO SPIRITO

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La pagina del Vangelo di Luca(3,15-16; 21-22), presentata nel giorno del Battesimo del Signore/C è di una bellezza stupefacente. In essa è presente la glorificazione della SS. Trinità ( Il Padre  che si compiace del Figlio suo e lo manifesta apertamente attraverso “una voce dal cielo”, il Figlio in atteggiamento di preghiera e lo Spirito Santo disceso sopra di Lui “ in forma corporea, come una colomba”). Dio Trinità si manifesta  come a Cana e davanti ai Magi e qui Gesù ascolta la voce del Padre, che lo proclama Figlio e riceve lo Spirito. Quello che Gesù riceve nel suo battesimo lo condivide con noi; è la rivelazione di una salvezza che gratuitamente Dio ci offre e dirà Paolo nella lettera a Tito (2,11-14; 3,4-7):” egli ci ha salvati, non per le opere giuste, da noi compiute, ma per la sua misericordia, con un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo, che Dio ha effuso su di noi in abbondanza per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro, affinchè, giustificati per la sua grazia, diventassimo nella speranza , eredi della vita eterna”. La festa del Battesimo di Gesù ci porta alla quotidianità di un rapporto personale con Lui. Con l’immersione nel Giordano, Gesù si è unito a noi. Il battesimo di Giovanni è, dunque, una prefigurazione di quello che porterà il Figlio di Dio con lo Spirito Santo. L’immersione , che è legata  al significato di battesimo, diventa in Gesù Cristo e con Gesù Cristo una santificazione, una purificazione con vento e fuoco. Fuoco, che è simbolo di Dio, energia che trasforma, risurrezione del nostro piccolo legno secco in luce e calore.  Vento, che deve propagare incendi spirituali, condizione di spazi aperti e liberi, dove avviene il trasporto del polline di Dio nel mondo. Essere alla sequela di Cristo, quindi, vuol dire portare nel mondo vento e  fuoco cioè libertà calore energia e luce. Con il battesimo, Gesù si manifesta come Figlio con noi. Siamo figli nel Figlio, specie della sua specie. Figli amati, di un amore “folle”, incomprensibile alla logica umana del “do ute des”, Figli di cui “compiacersi”, figli della gioia, figli conosciuti ed amati, uno per uno, con tutti i nostri difetti e le fragilità. Ma la pagina del Vangelo è anche un percorso ottimale del “buon cristiano”, un itinerario, che porta al compiacimento del Dio Padre. Nel battesimo di conversione di Giovanni abbiamo la condizione dell’attesa, che ci porta  a predisporci alla fede e all’accettazione, all’accoglienza del seme che Dio consegna ai suoi custodi, a tutti gli uomini per farlo fruttificare. Poi “mentre tutto il popolo veniva battezzato”, Gesù è in preghiera.  La preghiera, che non è soltanto condizione  per “parlare con Dio”, che non è soltanto offerta da soli, in disparte del proprio cuore a Dio ma che deve essere comunitaria, offerta ai fratelli, affinché tutti possano giungere  alla conversione del cuore e scoprire la bellezza della Fede, il ristoro dell’anima nostra.  Infine, il riconoscersi figli nel Figlio ed  ascoltatori oltre del battito del nostro cuore, della voce  della nostra Fede, che è certezza, affidamento totale al Padre, è uno status che si raggiunge gradatamente e con piena consapevolezza. Solo così il cielo si apre e possiamo contemplare il simbolo della colomba come presenza del Santo Spirito e sentire la vox Dei dentro di noi , che esprime il suo compiacimento per l’”amato”. Predisporsi con la preghiera alla penitenza e alla purificazione per accogliere in noi la grazia divina  è l’inizio della percezione della gloria di Dio nella nostra vita come azione dello Spirito Santo ricevuto nel Battesimo.

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CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE CONSIDERAZIONI CIRCA I PROGETTI DI RICONOSCIMENTO LEGALE DELLE UNIONI TRA PERSONE OMOSESSUALI

CON

Pubblichiamo la posizione della Chiesa Cattolica in merito a tale argomentazione:

INTRODUZIONE

1. Diverse questioni concernenti l’omosessualità sono state trattate recentemente più volte dal Santo Padre Giovanni Paolo II e dai competenti Dicasteri della Santa Sede.(1) Si tratta infatti di un fenomeno morale e sociale inquietante, anche in quei Paesi in cui non assume un rilievo dal punto di vista dell’ordinamento giuridico. Ma esso diventa più preoccupante nei Paesi che hanno già concesso o intendono concedere un riconoscimento legale alle unioni omosessuali che, in alcuni casi, include anche l’abilitazione all’adozione di figli. Le presenti Considerazioni non contengono nuovi elementi dottrinali, ma intendono richiamare i punti essenziali circa il suddetto problema e fornire alcune argomentazioni di carattere razionale, utili per la redazione di interventi più specifici da parte dei Vescovi secondo le situazioni particolari nelle diverse regioni del mondo: interventi destinati a proteggere ed a promuovere la dignità del matrimonio, fondamento della famiglia, e la solidità della società, della quale questa istituzione è parte costitutiva. Esse hanno anche come fine di illuminare l’attività degli uomini politici cattolici, per i quali si indicano le linee di condotta coerenti con la coscienza cristiana quando essi sono posti di fronte a progetti di legge concernenti questo problema.(2) Poiché si tratta di una materia che riguarda la legge morale naturale, le seguenti argomentazioni sono proposte non soltanto ai credenti, ma a tutti coloro che sono impegnati nella promozione e nella difesa del bene comune della società.

I. NATURA E CARATTERISTICHE IRRINUNCIABILI
DEL MATRIMONIO

2. L’insegnamento della Chiesa sul matrimonio e sulla complementarità dei sessi ripropone una verità evidenziata dalla retta ragione e riconosciuta come tale da tutte le grandi culture del mondo. Il matrimonio non è una qualsiasi unione tra persone umane. Esso è stato fondato dal Creatore, con una sua natura, proprietà essenziali e finalità.(3) Nessuna ideologia può cancellare dallo spirito umano la certezza secondo la quale esiste matrimonio soltanto tra due persone di sesso diverso, che per mezzo della reciproca donazione personale, loro propria ed esclusiva, tendono alla comunione delle loro persone. In tal modo si perfezionano a vicenda, per collaborare con Dio alla generazione e alla educazione di nuove vite.

3. La verità naturale sul matrimonio è stata confermata dalla Rivelazione contenuta nei racconti biblici della creazione, espressione anche della saggezza umana originaria, nella quale si fa sentire la voce della natura stessa. Tre sono i dati fondamentali del disegno creatore sul matrimonio, di cui parla il Libro della Genesi.

In primo luogo l’uomo, immagine di Dio, è stato creato « maschio e femmina » (Gn 1, 27). L’uomo e la donna sono uguali in quanto persone e complementari in quanto maschio e femmina. La sessualità da un lato fa parte della sfera biologica e, dall’altro, viene elevata nella creatura umana ad un nuovo livello, quello personale, dove corpo e spirito si uniscono.

Il matrimonio, poi, è istituito dal Creatore come forma di vita in cui si realizza quella comunione di persone che impegna l’esercizio della facoltà sessuale. « Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne » (Gn 2, 24).

Infine, Dio ha voluto donare all’unione dell’uomo e della donna una partecipazione speciale alla sua opera creatrice. Perciò Egli ha benedetto l’uomo e la donna con le parole: « Siate fecondi e moltiplicatevi » (Gn 1, 28). Nel disegno del Creatore complementarità dei sessi e fecondità appartengono quindi alla natura stessa dell’istituzione del matrimonio.

Inoltre, l’unione matrimoniale tra l’uomo e la donna è stata elevata da Cristo alla dignità di sacramento. La Chiesa insegna che il matrimonio cristiano è segno efficace dell’alleanza di Cristo e della Chiesa (cf. Ef 5, 32). Questo significato cristiano del matrimonio, lungi dallo sminuire il valore profondamente umano dell’unione matrimoniale tra l’uomo e la donna, lo conferma e lo rafforza (cf. Mt 19, 3-12; Mc 10, 6-9).

4. Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia. Il matrimonio è santo, mentre le relazioni omosessuali contrastano con la legge morale naturale. Gli atti omosessuali, infatti, « precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun modo possono essere approvati ».(4)

Nella Sacra Scrittura le relazioni omosessuali « sono condannate come gravi depravazioni… (cf. Rm 1, 24-27; 1 Cor 6, 10; 1 Tm 1, 10). Questo giudizio della Scrittura non permette di concludere che tutti coloro, i quali soffrono di questa anomalia, ne siano personalmente responsabili, ma esso attesta che gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati ».(5) Lo stesso giudizio morale si ritrova in molti scrittori ecclesiastici dei primi secoli (6) ed è stato unanimemente accettato dalla Tradizione cattolica.

Secondo l’insegnamento della Chiesa, nondimeno, gli uomini e le donne con tendenze omosessuali « devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione ».(7) Tali persone inoltre sono chiamate come gli altri cristiani a vivere la castità.(8) Ma l’inclinazione omosessuale è « oggettivamente disordinata »(9) e le pratiche omosessuali « sono peccati gravemente contrari alla castità ».(10)

II. ATTEGGIAMENTI NEI CONFRONTI
DEL PROBLEMA DELLE UNIONI OMOSESSUALI

5. Nei confronti del fenomeno delle unioni omosessuali, di fatto esistenti, le autorità civili assumono diversi atteggiamenti: a volte si limitano alla tolleranza di questo fenomeno; a volte promuovono il riconoscimento legale di tali unioni, con il pretesto di evitare, rispetto ad alcuni diritti, la discriminazione di chi convive con una persona dello stesso sesso; in alcuni casi favoriscono persino l’equivalenza legale delle unioni omosessuali al matrimonio propriamente detto, senza escludere il riconoscimento della capacità giuridica di procedere all’adozione di figli.

Laddove lo Stato assuma una politica di tolleranza di fatto, non implicante l’esistenza di una legge che esplicitamente concede un riconoscimento legale a tali forme di vita, occorre ben discernere i diversi aspetti del problema. La coscienza morale esige di essere, in ogni occasione, testimoni della verità morale integrale, alla quale si oppongono sia l’approvazione delle relazioni omosessuali sia l’ingiusta discriminazione nei confronti delle persone omosessuali. Sono perciò utili interventi discreti e prudenti, il contenuto dei quali potrebbe essere, per esempio, il seguente: smascherare l’uso strumentale o ideologico che si può fare di questa tolleranza; affermare chiaramente il carattere immorale di questo tipo di unione; richiamare lo Stato alla necessità di contenere il fenomeno entro limiti che non mettano in pericolo il tessuto della moralità pubblica e, soprattutto, che non espongano le giovani generazioni ad una concezione erronea della sessualità e del matrimonio, che le priverebbe delle necessarie difese e contribuirebbe, inoltre, al dilagare del fenomeno stesso. A coloro che a partire da questa tolleranza vogliono procedere alla legittimazione di specifici diritti per le persone omosessuali conviventi, bisogna ricordare che la tolleranza del male è qualcosa di molto diverso dall’approvazione o dalla legalizzazione del male.

In presenza del riconoscimento legale delle unioni omosessuali, oppure dell’equiparazione legale delle medesime al matrimonio con accesso ai diritti che sono propri di quest’ultimo, è doveroso opporsi in forma chiara e incisiva. Ci si deve astenere da qualsiasi tipo di cooperazione formale alla promulgazione o all’applicazione di leggi così gravemente ingiuste nonché, per quanto è possibile, dalla cooperazione materiale sul piano applicativo. In questa materia ognuno può rivendicare il diritto all’obiezione di coscienza.

III. ARGOMENTAZIONI RAZIONALI
CONTRO IL RICONOSCIMENTO LEGALE
DELLE UNIONI OMOSESSUALI

6. La comprensione dei motivi che ispirano la necessità di opporsi in questo modo alle istanze che mirano alla legalizzazione delle unioni omosessuali richiede alcune considerazioni etiche specifiche, che sono di diverso ordine.

Di ordine relativo alla retta ragione

Il compito della legge civile è certamente più limitato riguardo a quello della legge morale,(11) ma la legge civile non può entrare in contraddizione con la retta ragione senza perdere la forza di obbligare la coscienza.(12) Ogni legge posta dagli uomini in tanto ha ragione di legge in quanto è conforme alla legge morale naturale, riconosciuta dalla retta ragione, e in quanto rispetta in particolare i diritti inalienabili di ogni persona.(13) Le legislazioni favorevoli alle unioni omosessuali sono contrarie alla retta ragione perché conferiscono garanzie giuridiche, analoghe a quelle dell’istituzione matrimoniale, all’unione tra due persone dello stesso sesso. Considerando i valori in gioco, lo Stato non potrebbe legalizzare queste unioni senza venire meno al dovere di promuovere e tutelare un’istituzione essenziale per il bene comune qual è il matrimonio.

Ci si può chiedere come può essere contraria al bene comune una legge che non impone alcun comportamento particolare, ma si limita a rendere legale una realtà di fatto che apparentemente non sembra comportare ingiustizia verso nessuno. A questo proposito occorre riflettere innanzitutto sulla differenza esistente tra il comportamento omosessuale come fenomeno privato, e lo stesso comportamento quale relazione sociale legalmente prevista e approvata, fino a diventare una delle istituzioni dell’ordinamento giuridico. Il secondo fenomeno non solo è più grave, ma acquista una portata assai più vasta e profonda, e finirebbe per comportare modificazioni dell’intera organizzazione sociale che risulterebbero contrarie al bene comune. Le leggi civili sono principi strutturanti della vita dell’uomo in seno alla società, per il bene o per il male. Esse « svolgono un ruolo molto importante e talvolta determinante nel promuovere una mentalità e un costume ».(14) Le forme di vita e i modelli in esse espresse non solo configurano esternamente la vita sociale, bensì tendono a modificare nelle nuove generazioni la comprensione e la valutazione dei comportamenti. La legalizzazione delle unioni omosessuali sarebbe destinata perciò a causare l’oscuramento della percezione di alcuni valori morali fondamentali e la svalutazione dell’istituzione matrimoniale.

Di ordine biologico e antropologico

7. Nelle unioni omosessuali sono del tutto assenti quegli elementi biologici e antropologici del matrimonio e della famiglia che potrebbero fondare ragionevolmente il riconoscimento legale di tali unioni.

Esse non sono in condizione di assicurare adeguatamente la procreazione e la sopravvivenza della specie umana. L’eventuale ricorso ai mezzi messi a loro disposizione dalle recenti scoperte nel campo della fecondazione artificiale, oltre ad implicare gravi mancanze di rispetto alla dignità umana,(15) non muterebbe affatto questa loro inadeguatezza.

Nelle unioni omosessuali è anche del tutto assente la dimensione coniugale, che rappresenta la forma umana ed ordinata delle relazioni sessuali. Esse infatti sono umane quando e in quanto esprimono e promuovono il mutuo aiuto dei sessi nel matrimonio e rimangono aperte alla trasmissione della vita.

Come dimostra l’esperienza, l’assenza della bipolarità sessuale crea ostacoli allo sviluppo normale dei bambini eventualmente inseriti all’interno di queste unioni. Ad essi manca l’esperienza della maternità o della paternità. Inserire dei bambini nelle unioni omosessuali per mezzo dell’adozione significa di fatto fare violenza a questi bambini nel senso che ci si approfitta del loro stato di debolezza per introdurli in ambienti che non favoriscono il loro pieno sviluppo umano. Certamente una tale pratica sarebbe gravemente immorale e si porrebbe in aperta contraddizione con il principio, riconosciuto anche dalla Convenzione internazionale dell’ONU sui diritti dei bambini, secondo il quale l’interesse superiore da tutelare in ogni caso è quello del bambino, la parte più debole e indifesa.

Di ordine sociale

8. La società deve la sua sopravvivenza alla famiglia fondata sul matrimonio. La conseguenza inevitabile del riconoscimento legale delle unioni omosessuali è la ridefinizione del matrimonio, che diventa un’istituzione la quale, nella sua essenza legalmente riconosciuta, perde l’essenziale riferimento ai fattori collegati alla eterosessualità, come ad esempio il compito procreativo ed educativo. Se dal punto di vista legale il matrimonio tra due persone di sesso diverso fosse solo considerato come uno dei matrimoni possibili, il concetto di matrimonio subirebbe un cambiamento radicale, con grave detrimento del bene comune. Mettendo l’unione omosessuale su un piano giuridico analogo a quello del matrimonio o della famiglia, lo Stato agisce arbitrariamente ed entra in contraddizione con i propri doveri.

A sostegno della legalizzazione delle unioni omosessuali non può essere invocato il principio del rispetto e della non discriminazione di ogni persona. Una distinzione tra persone oppure la negazione di un riconoscimento o di una prestazione sociale non sono infatti accettabili solo se sono contrarie alla giustizia.(16) Non attribuire lo statuto sociale e giuridico di matrimonio a forme di vita che non sono né possono essere matrimoniali non si oppone alla giustizia, ma, al contrario, è da essa richiesto.

Neppure il principio della giusta autonomia personale può essere ragionevolmente invocato. Una cosa è che i singoli cittadini possano svolgere liberamente attività per le quali nutrono interesse e che tali attività rientrino genericamente nei comuni diritti civili di libertà, e un’altra ben diversa è che attività che non rappresentano un significativo e positivo contributo per lo sviluppo della persona e della società possano ricevere dallo Stato un riconoscimento legale specifico e qualificato. Le unioni omosessuali non svolgono neppure in senso analogico remoto i compiti per i quali il matrimonio e la famiglia meritano un riconoscimento specifico e qualificato. Ci sono invece buone ragioni per affermare che tali unioni sono nocive per il retto sviluppo della società umana, soprattutto se aumentasse la loro incidenza effettiva sul tessuto sociale.

Di ordine giuridico

9. Poiché le coppie matrimoniali svolgono il ruolo di garantire l’ordine delle generazioni e sono quindi di eminente interesse pubblico, il diritto civile conferisce loro un riconoscimento istituzionale. Le unioni omosessuali invece non esigono una specifica attenzione da parte dell’ordinamento giuridico, perché non rivestono il suddetto ruolo per il bene comune.

Non è vera l’argomentazione secondo la quale il riconoscimento legale delle unioni omosessuali sarebbe necessario per evitare che i conviventi omosessuali perdano, per il semplice fatto della loro convivenza, l’effettivo riconoscimento dei diritti comuni che essi hanno in quanto persone e in quanto cittadini. In realtà, essi possono sempre ricorrere – come tutti i cittadini e a partire dalla loro autonomia privata – al diritto comune per tutelare situazioni giuridiche di reciproco interesse. Costituisce invece una grave ingiustizia sacrificare il bene comune e il retto diritto di famiglia allo scopo di ottenere dei beni che possono e debbono essere garantiti per vie non nocive per la generalità del corpo sociale.(17)

IV. COMPORTAMENTI DEI POLITICI CATTOLICI
NEI CONFRONTI DI LEGISLAZIONI
FAVOREVOLI ALLE UNIONI OMOSESSUALI

10. Se tutti i fedeli sono tenuti ad opporsi al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, i politici cattolici lo sono in particolare, nella linea della responsabilità che è loro propria. In presenza di progetti di legge favorevoli alle unioni omosessuali, sono da tener presenti le seguenti indicazioni etiche.

Nel caso in cui si proponga per la prima volta all’Assemblea legislativa un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge. Concedere il suffragio del proprio voto ad un testo legislativo così nocivo per il bene comune della società è un atto gravemente immorale.

Nel caso in cui il parlamentare cattolico si trovi in presenza di una legge favorevole alle unioni omosessuali già in vigore, egli deve opporsi nei modi a lui possibili e rendere nota la sua opposizione: si tratta di un doveroso atto di testimonianza della verità. Se non fosse possibile abrogare completamente una legge di questo genere, egli, richiamandosi alle indicazioni espresse nell’Enciclica Evangelium vitae, « potrebbe lecitamente offrire il proprio sostegno a proposte mirate a limitare i danni di una tale legge e a diminuirne gli effetti negativi sul piano della cultura e della moralità pubblica », a condizione che sia « chiara e a tutti nota » la sua « personale assoluta opposizione » a leggi siffatte e che sia evitato il pericolo di scandalo.(18) Ciò non significa che in questa materia una legge più restrittiva possa essere considerata come una legge giusta o almeno accettabile; bensì si tratta piuttosto del tentativo legittimo e doveroso di procedere all’abrogazione almeno parziale di una legge ingiusta quando l’abrogazione totale non è possibile per il momento.

CONCLUSIONE

11. La Chiesa insegna che il rispetto verso le persone omosessuali non può portare in nessun modo all’approvazione del comportamento omosessuale oppure al riconoscimento legale delle unioni omosessuali. Il bene comune esige che le leggi riconoscano, favoriscano e proteggano l’unione matrimoniale come base della famiglia, cellula primaria della società. Riconoscere legalmente le unioni omosessuali oppure equipararle al matrimonio, significherebbe non soltanto approvare un comportamento deviante, con la conseguenza di renderlo un modello nella società attuale, ma anche offuscare valori fondamentali che appartengono al patrimonio comune dell’umanità. La Chiesa non può non difendere tali valori, per il bene degli uomini e di tutta la società.

Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, nell’Udienza concessa il 28 marzo 2003 al sottoscritto Cardinale Prefetto, ha approvato le presenti Considerazioni, decise nella Sessione Ordinaria di questa Congregazione, e ne ha ordinato la pubblicazione.

Roma, dalla sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, il 3 giugno 2003, Memoria dei Santi Carlo Lwanga e Compagni, Martiri.

Joseph Card. Ratzinger
Prefetto

Angelo Amato, S.D.B.
Arcivescovo titolare di Sila
Segretario

NOTE

(1) Cf. Giovanni Paolo II, Allocuzioni in occasione della recita dell’Angelus, 20 febbraio 1994 e 19 giugno 1994; Discorso ai partecipanti dell’Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio per la Famiglia, 24 marzo 1999; Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2357-2359, 2396; Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione Persona humana, 29 dicembre 1975, n. 8; Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali, 1º ottobre 1986; Alcune Considerazioni concernenti la Risposta a proposte di legge sulla non discriminazione delle persone omosessuali, 24 luglio 1992; Pontificio Consiglio per la Famiglia, Lettera ai Presidenti delle Conferenze Episcopali d’Europa circa la risoluzione del Parlamento Europeo in merito alle coppie omosessuali, 25 marzo 1994; Famiglia, matrimonio e « unioni di fatto », 26 luglio 2000, n. 23.

(2) Cf. Congregazione per la Dottrina della Fede, Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, 24 novembre 2002, n. 4.

(3) Cf. Concilio Vaticano II, Costituzione pastorale Gaudium et spes, n. 48.

(4) Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2357.

(5) Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione Persona humana, 29 dicembre 1975, n. 8.

(6) Cf. per esempio S. Policarpo, Lettera ai Filippesi, V, 3; S. Giustino, Prima Apologia, 27, 1-4; Atenagora, Supplica per i cristiani, 34.

(7) Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2358; cf. Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali, 1º ottobre 1986, n. 10.

(8) Cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2359; Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali, 1º ottobre 1986, n. 12.

(9) Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2358.

(10) Ibid., n. 2396.

(11) Cf. Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Evangelium vitae, 25 marzo 1995, n. 71.

(12) Cf. ibid., n. 72.

(13) Cf. S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I-II, q. 95, a. 2.

(14) Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Evangelium vitae, 25 marzo 1995, n. 90.

(15) Cf. Congregazione per la Dottrina della Fede, Istruzione Donum vitae, 22 febbraio 1987, II. A. 1-3.

(16) Cf. S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 63, a. 1, c.

(17) Occorre non dimenticare inoltre che sussiste sempre « il pericolo che una legislazione che faccia dell’omosessualità una base per avere dei diritti possa di fatto incoraggiare una persona con tendenza omosessuale a dichiarare la sua omosessualità o addirittura a cercare un partner allo scopo di sfruttare le disposizioni della legge » (Congregazione per la Dottrina della Fede, Alcune considerazioni concernenti la risposta a proposte di legge sulla non discriminazione delle persone omosessuali, 24 luglio 1992, n. 14).

(18) Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Evangelium vitae, 25 marzo 1995, n. 73.

Una politica che salvaguardi i valori della vita

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Il dibattito politico, che precede lo svolgimento delle elezioni del febbraio 2013 vedrà scendere in campo partiti con le loro piattaforme e candidati con programmi variamente articolati. Il pericolo, che l’elettore vede in questi tempi  di sacrifici economici, di perdita del lavoro, di tagli ai posti una volta attivi, di aumento delle forme di povertà ( provvedimenti presi per rimpinguare le casse statali impoverite dal abnorme debito pubblici) è quello  di un populismo propagandistico esasperato, incentrato soltanto alla diminuzione del gettito fiscale e all’eliminazione di tasse e balzelli popolari, prima attivati ora in ipotesi di eliminazione, al fine di acquisire uditorio, voti e preferenze.  Ora la politica, che sogniamo, non è soltanto quella di ricevere un “contentino popolare” per non esasperare oltre e rischiare una ribellione come ai tempi del Settecento/Ottocento ma è quella  che rende chiare le posizioni  dei candidati e dei partiti riguardo alla “quaestio moralis”, che forse  più delle tasche degli italiani cerca di colpire scardinare  l’anima di un popolo i suoi valori e le sue speranze. Mi riferisco alla famiglia tradizionale, da più parti colpita ed avvelenata da prototipi e surrogati, amplificati da trasmissioni televisive o filmo grafiche, che nulla hanno di cristiano, di caritatevole e di “amor del prossimo”. Luogo dei rapporti d’amore ad imitazione dell’Amore Trinitario, la famiglia rimane  solo quella benedetta da Dio, perché locus d’amore reciproco fra i coniugi ed i figli e finalizzato alla procreazione. Surrogati omosessuali non ci appartengono, fermo restando il rispetto della libertà e dei diritti  altrui anche di questi fratelli, lungi però da un esasperante inquinamento dei “desideri “ umani e dalla perdita di significato del concetto di diritto. Altro il diritto, altro il desiderio contro natura. Matrimonio ed adozione alle coppie gay non hanno nulla  a che vedere con la giusta  lotta contro ogni forma di omofobia e di discriminazione umana. Nei programmi politici, quindi, vorremmo leggere anche le posizione chiare  riguardo ai temi bioetici( aborto, eutanasia, pratiche contro l’uomo). Ci  auguriamo che possa trionfare  una politica non dell’egoismo personalistico ed individuale ma  della cultura della vita, che guarda Dio, lo loda  e che ci porta a magnificare l’anima contemporanea.

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