L’Eucarestia: memoriale del sacrificio pasquale.

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Per poter comprendere il significato dell’evento “ eucarestia” e della Cena del Signore, dobbiamo riferirci alla tradizione pagana ed ebraica. Partendo dalla frase di Gesù, “Fate questo in memoria di me”, possiamo già affermare che il termine liturgico “memoria” corrisponde a “memoriale”, termine che riprendiamo dalla tradizione ebraica in quanto la loro celebrazione di un evento è un memoriale (es. nella celebrazione della loro pasqua fanno memoria della liberazione dalla schiavitù …). Questo evento E’ ACCADUTO, CONTINUA AD ACCADERE ED ACCADRA’. L’evento storico e futuro si concentra nel presente, che è continuità del passato ed anticipo del futuro. Infatti la comunità che celebra oggi l’evento è contemporanea di quella del passato e si sviluppa nel futuro.  E’ nell’uomo che vive il presente ma in esso c’è il passato e la prospettiva del suo divenire. Es. (io festeggio il mio compleanno cioè la nascita avvenuta nel passato e nel presente ne ricevo il regalo!) Una riflessione importante riguarda la categoria del SACRIFICIO nella quale entra il concetto di OFFERTA. L’offerta è dono fatto al Signore ; alcune offerte sono destinate ad essere bruciate; altre ad essere bruciate e mangiate. Il sacrificio, quindi, diventa una PARTICOLARE OFFERTA. Il termine derivante dal greco e poi dal latino, indica “macellare, uccidere. etc.” Possiamo dividere questi tipi di offerta in 3 categorie:

1)      Offerte di ESPIAZIONE o PROPIZIATORIE

2)      Offerte di CONSACRAZIONE (si bruciano cereali e si offrono vivande)

3)      Offerte di COMUNIONE ( per la pace etc.).

Urge ora una riflessione sul “pasto”, inteso come categoria religiosa in quanto la comunità cristiana celebra l’eucarestia nell’ambito di un pasto. Gesù istituisce  l’Eucarestia durante la Cena pasquale. Per  i pagani, il pranzo si può dividere in

1)      pranzo amichevole

2)      pranzo in onore dei defunti (quello che dalle nostre parti si chiama consolato con pastina e carne in brodo )

Si condividono i valori simbolici nel pasto( cioè se si mangia carne  di toro avrò vitalità forza e caparbietà). In tutti questi pasti c’è un significato di comunicazione con la Divinità e con chi sta consumando il pasto. Per gli ebrei nei giorni delle feste importanti si  facevano pasti sacri con significato religioso. E’ qui che si inserisce la Pasqua ebraica. Nei pasti sacrificali si mangia la vittima

Nei sacrifici di comunione ( I libro dei Re capit 18. vv 20-40 )  la vittima si divide  i due parti perché una parte viene bruciata e l’altra viene bruciata e consumata dai commensali.

1Re 18,20-40

20 Acab convocò tutti gli Israeliti e radunò i profeti sul monte Carmelo. 21 Elia si accostò a tutto il popolo e disse: «Fino a quando zoppicherete con i due piedi? Se il Signore è Dio, seguitelo! Se invece lo è Baal, seguite lui!». Il popolo non gli rispose nulla. 22 Elia aggiunse al popolo: «Sono rimasto solo, come profeta del Signore, mentre i profeti di Baal sono quattrocentocinquanta. 23 Dateci due giovenchi; essi se ne scelgano uno, lo squartino e lo pongano sulla legna senza appiccarvi il fuoco. Io preparerò l’altro giovenco e lo porrò sulla legna senza appiccarvi il fuoco. 24 Voi invocherete il nome del vostro dio e io invocherò quello del Signore. La divinità che risponderà concedendo il fuoco è Dio!». Tutto il popolo rispose: «La proposta è buona!».
25 Elia disse ai profeti di Baal: «Sceglietevi il giovenco e cominciate voi perché siete più numerosi. Invocate il nome del vostro Dio, ma senza appiccare il fuoco». 26 Quelli presero il giovenco, lo prepararono e invocarono il nome di Baal dal mattino fino a mezzogiorno, gridando: «Baal, rispondici!». Ma non si sentiva un alito, né una risposta. Quelli continuavano a saltare intorno all’altare che avevano eretto. 27 Essendo già mezzogiorno, Elia cominciò a beffarsi di loro dicendo: «Gridate con voce più alta, perché egli è un dio! Forse è soprappensiero oppure indaffarato o in viaggio; caso mai fosse addormentato, si sveglierà». 28 Gridarono a voce più forte e si fecero incisioni, secondo il loro costume, con spade e lance, fino a bagnarsi tutti di sangue. 29 Passato il mezzogiorno, quelli ancora agivano da invasati ed era venuto il momento in cui si sogliono offrire i sacrifici, ma non si sentiva alcuna voce né una risposta né un segno di attenzione.
30 Elia disse a tutto il popolo: «Avvicinatevi!». Tutti si avvicinarono. Si sistemò di nuovo l’altare del Signore che era stato demolito. 31 Elia prese dodici pietre, secondo il numero delle tribù dei discendenti di Giacobbe, al quale il Signore aveva detto: «Israele sarà il tuo nome». 32 Con le pietre eresse un altare al Signore; scavò intorno un canaletto, capace di contenere due misure di seme. 33 Dispose la legna, squartò il giovenco e lo pose sulla legna. 34 Quindi disse: «Riempite quattro brocche d’acqua e versatele sull’olocausto e sulla legna!». Ed essi lo fecero. Egli disse: «Fatelo di nuovo!». Ed essi ripeterono il gesto. Disse ancora: «Per la terza volta!». Lo fecero per la terza volta. 35 L’acqua scorreva intorno all’altare; anche il canaletto si riempì d’acqua. 36 Al momento dell’offerta si avvicinò il profeta Elia e disse: «Signore, Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, oggi si sappia che tu sei Dio in Israele e che io sono tuo servo e che ho fatto tutte queste cose per tuo comando. 37 Rispondimi, Signore, rispondimi e questo popolo sappia che tu sei il Signore Dio e che converti il loro cuore!». 38 Cadde il fuoco del Signore e consumò l’olocausto, la legna, le pietre e la cenere, prosciugando l’acqua del canaletto. 39 A tal vista, tutti si prostrarono a terra ed esclamarono: «Il Signore è Dio! Il Signore è Dio!». 40 Elia disse loro: «Afferrate i profeti di Baal; non ne scappi uno!». Li afferrarono. Elia li fece scendere nel torrente Kison, ove li scannò.

L’Uomo offre il grasso e le budella per creare il fumo e ne mangia la carne. Il fumo che sale alla divinità in qualche modo discende e va a divinizzare la carne da consumare da parte dei commensali, Ne mangiano solo coloro che hanno partecipato al sacrificio. Il fumo è quello che sale per le viscere bruciate. Se la carne è divinizzata noi che ne mangiamo siamo divinizzati.  Il pasto è fonte di vita, e nutrimento, forza , permette la sopravvivenza e ogni pasto religioso mette in relazione con Dio. Questo pasto ci dà la dimensione  del rapporto con Dio. In Esodo,24,11. Qui si mangia rendendo grazie a Dio e diventa segno di alleanza.

Esodo 24,11

Contro i privilegiati degli Israeliti non stese la mano: essi videro Dio e tuttavia mangiarono e bevvero.

 Questi pasti avevano un valore escatologico, di attesa della venuta messianica. In Isaia capit 25, 6 si prepara una mensa .

Isaia 25,6

Preparerà il Signore degli eserciti
per tutti i popoli, su questo monte,
un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti,
di cibi succulenti, di vini raffinati.

 Anche per noi il Signore prepara per noi una mensa

In Proverbi capit. 9, v1-6 La Sapienza…

9,1 La Sapienza si è costruita la casa,
ha intagliato le sue sette colonne.
2 Ha ucciso gli animali, ha preparato il vino
e ha imbandito la tavola.
3 Ha mandato le sue ancelle a proclamare
sui punti più alti della città:
4 «Chi è inesperto accorra qui!».
A chi è privo di senno essa dice:
5 «Venite, mangiate il mio pane,
bevete il vino che io ho preparato.

In Genesi le offerte di Caino e  Abele. E  Dio punisce Caino. Il fatto che nella Genesi si parla dei frutti della terra ci riporta al periodo storico che vedeva il nomadismo e la sedentarietà di questi uomini. Il primo Libro della Bibbia ad essere stato scritto è l’ESODO. Per i pagani nomadi esisteva la festa di primavera  che portava ad offrire le primizie alla divinità, L’agnello senza macchia è una primizia. I pagani sedentari offrivano nella festa delle Primizie come primizia i frutti della terra (prime spighe). Il popolo ebreo mise insieme le due feste (primavera e primizie) e per loro fu la festa di Primavera. Con essa ringraziano  Dio perché li ha creati, per avergli dato il Creato e vogliono lodarlo e glorificarlo.

Mosè va dal faraone dopo alcune piaghe d’Egitto ed il faraone dà il consenso di andare via ma Mosè vuole che con loro possano uscire anche gli animali per i sacrifici.

E’ chiaro perché Dio può dire a Mosè di prendere l’agnellino senza macchia ed il pane azzimo ( pane senza lievito perché il lievito è pasta acidificata e simboleggia il vecchio). A questa festa di Primavera si aggiungerà l’esodo e la terra Promessa, che la trasforma in Pasqua Ebraica. (Dio è intervenuto , ha liberato dalla schiavitù , poi l’esodo, l’alleanza sul Sinai e la terra Promessa). Gesù, come ebreo, celebra questa pasqua, Durante questa Pasqua dice alcune cose che stravolgono tutti:  “Questo è il mio corpo , questo è il mio sangue…”

La Pasqua ebraica celebra la liberazione da parte di Dio del popolo ebraico per condurlo alla Terra Promessa; la Pasqua cristiana celebra Gesù che ci libera dal peccato  per condurci alla Gerusalemme celeste.

La CENA PASQUALE ebraica può dividersi in 4 parti:

1)      Santificazione

2)      Racconto

3)      Azione di Grazia post cena

4)      Salmi di lode

Ogni momento è intercalato dalla bevuta in una coppa . In totale 5 coppe.

Nella Santificazione si ringrazia Dio per essere stati creati, per il frutto della vite. Tutti bevono nella prima coppa. Si lavano le mani e portano il cibo a tavola. Il capo famiglia prende il pane azzimo e lo spezza in due.

Nel Racconto ci sono 4 bambini che fanno domande, si ripercorre la storia della salvezza e si dà il senso della notte pasquale. Storia dell’uscita d’Egitto dalla liberazione con Mosè intercalati da canti.Tutti bevono alla seconda coppa.

Il terzo momento o Azione di Grazia dopo la cena, il capofamiglia benedice il Signore della sua bontà perché non solo è stato il liberatore a quel tempo ma ci libera ogni giorno. Ringrazia perché ha dato  una terra preziosa. Tutti bevono alla terza coppa.

Nel quarto momento, Salmi di lode, si esprime la gioia. Vengono letti i salmi del raccolto. 112-113-114-115-116-117-135. Questi salmi nella ritualità si recitano fuori per ricordare l’uscita dall’Egitto.

L’ultima frase del capofamiglia è: “Il Signore ci conceda di celebrarlo anche in futuro …il prossimo anno nella Gerusalemme Celeste.”

La quinta coppa non la bevono e lasciano un posto vuoto perché aspettano il profeta Elia. (il Messia)-

Nel momento della Reposizione Gesù è nell’orto e noi stiamo con Lui. Ecco perché non si chiama sepolcro ma altare della Reposizione.

Messaggio del Santo Padre Benedetto XVI per la XXI Giornata Mondiale del Malato 11 Febbraio 2013

  samaritano
Il Buon Samaritano. “Va’ e anche tu fa’ lo stesso” (Lc 10,37)
Cari fratelli e sorelle!
1. L’11 febbraio 2013, memoria liturgica della Beata Vergine Maria di Lourdes, si celebrerà in forma solenne, presso il Santuario mariano di Altötting, la XXI Giornata Mondiale del Malato. Tale giornata è per i malati, per gli operatori sanitari, per i fedeli cristiani e per tutte le persone di buona volontà «momento forte di preghiera, di condivisione, di offerta della sofferenza per il bene della Chiesa e di richiamo per tutti a riconoscere nel volto del fratello infermo il Santo Volto di Cristo che, soffrendo, morendo e risorgendo ha operato la salvezza dell’umanità» (Giovanni Paolo II, Lettera istitutiva della Giornata Mondiale del Malato, 13 maggio 1992, 3). In questa circostanza, mi sento particolarmente vicino a ciascuno di voi, cari ammalati che, nei luoghi di assistenza e di cura o anche a casa, vivete un difficile momento di prova a causa dell’infermità e della sofferenza. A tutti giungano le parole rassicuranti dei Padri del Concilio Ecumenico Vaticano II: «Non siete né abbandonati, né inutili: voi siete chiamati da Cristo, voi siete la sua trasparente immagine» (Messaggio ai poveri, ai malati e ai sofferenti).
2. Per accompagnarvi nel pellegrinaggio spirituale che da Lourdes, luogo e simbolo di speranza e di grazia, ci conduce verso il Santuario di Altötting, vorrei proporre alla vostra riflessione la figura emblematica del Buon Samaritano (cfr Lc 10,25-37). La parabola evangelica narrata da san Luca si inserisce in una serie di immagini e racconti tratti dalla vita quotidiana, con cui Gesù vuole far comprendere l’amore profondo di Dio verso ogni essere umano, specialmente quando si trova nella malattia e nel dolore. Ma, allo stesso tempo, con le parole conclusive della parabola del Buon Samaritano, «Va’ e anche tu fa’ lo stesso» (Lc 10,37), il Signore indica qual è l’atteggiamento che deve avere ogni suo discepolo verso gli altri, particolarmente se bisognosi di cura. Si tratta quindi di attingere dall’amore infinito di Dio, attraverso un’intensa relazione con Lui nella preghiera, la forza di vivere quotidianamente un’attenzione concreta, come il Buon Samaritano, nei confronti di chi è ferito nel corpo e nello spirito, di chi chiede aiuto, anche se sconosciuto e privo di risorse. Ciò vale non solo per gli operatori pastorali e sanitari, ma per tutti, anche per lo stesso malato, che può vivere la propria condizione in una prospettiva di fede: «Non è lo scansare la sofferenza, la fuga davanti al dolore, che guarisce l’uomo, ma la capacità di accettare la tribolazione e in essa di maturare, di trovare senso mediante l’unione con Cristo, che ha sofferto con infinito amore» (Spe salvi, 37).
3. Vari Padri della Chiesa hanno visto nella figura del Buon Samaritano Gesù stesso, e nell’uomo incappato nei briganti Adamo, l’Umanità smarrita e ferita per il proprio peccato (cfr Origene, Omelia sul Vangelo di Luca XXXIV, 1-9; Ambrogio, Commento al Vangelo di san Luca, 71-84; Agostino, Discorso 171). Gesù è il Figlio di Dio, Colui che rende presente l’amore del Padre, amore fedele, eterno, senza barriere né confini. Ma Gesù è anche Colui che “si spoglia” del suo “abito divino”, che si abbassa dalla sua “condizione” divina, per assumere forma umana (Fil 2,6-8) e accostarsi al dolore dell’uomo, fino a scendere negli inferi, come recitiamo nel Credo, e portare speranza e luce. Egli non considera un tesoro geloso il suo essere uguale a Dio, il suo essere Dio (cfr Fil 2,6), ma si china, pieno di misericordia, sull’abisso della sofferenza umana, per versare l’olio della consolazione e il vino della speranza.
4. L’Anno della fede che stiamo vivendo costituisce un’occasione propizia per intensificare la diaconia della carità nelle nostre comunità ecclesiali, per essere ciascuno buon samaritano verso l’altro, verso chi ci sta accanto. A questo proposito, vorrei richiamare alcune figure, tra le innumerevoli nella storia della Chiesa, che hanno aiutato le persone malate a valorizzare la sofferenza sul piano umano e spirituale, affinché siano di esempio e di stimolo. Santa Teresa del Bambino Gesù e del Volto Santo, “esperta della scientia amoris” (Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica, Novo Millennio ineunte, 42), seppe vivere «in unione profonda alla Passione di Gesù» la malattia che la condusse «alla morte attraverso grandi sofferenze». (Udienza Generale, 6 aprile 2011). Il Venerabile Luigi Novarese, del quale molti ancora oggi serbano vivo il ricordo, nell’esercizio del suo ministero avvertì in modo particolare l’importanza della preghiera per e con gli ammalati e i sofferenti, che accompagnava spesso nei Santuari mariani, in speciale modo alla grotta di Lourdes. Mosso dalla carità verso il prossimo, Raoul Follereau ha dedicato la propria vita alla cura delle persone affette dal morbo di Hansen sin nelle aree più remote del pianeta, promuovendo fra l’altro la Giornata Mondiale contro la Lebbra. La beata Teresa di Calcutta iniziava sempre la sua giornata incontrando Gesù nell’Eucaristia, per uscire poi nelle strade con la corona del Rosario in mano ad incontrare e servire il Signore presente nei sofferenti, specialmente in coloro che sono “non voluti, non amati, non curati”. Sant’Anna Schäffer di Mindelstetten seppe, anche lei, in modo esemplare unire le proprie sofferenze a quelle di Cristo: «il letto di dolore diventò… cella conventuale e la sofferenza costituì il suo servizio missionario… Confortata dalla Comunione quotidiana, ella diventò un’instancabile strumento di intercessione nella preghiera e un riflesso dell’amore di Dio per molte persone che cercavano il suo consiglio» (Omelia per la canonizzazione, 21 ottobre 2012). Nel Vangelo emerge la figura della Beata Vergine Maria, che segue il Figlio sofferente fino al supremo sacrificio sul Golgota. Ella non perde mai la speranza nella vittoria di Dio sul male, sul dolore e sulla morte, e sa accogliere con lo stesso abbraccio di fede e di amore il Figlio di Dio nato nella grotta di Betlemme e morto sulla croce. La sua ferma fiducia nella potenza divina viene illuminata dalla Risurrezione di Cristo, che dona speranza a chi si trova nella sofferenza e rinnova la certezza della vicinanza e della consolazione del Signore.
5. Vorrei infine rivolgere il mio pensiero di viva riconoscenza e di incoraggiamento alle istituzioni sanitarie cattoliche e alla stessa società civile, alle diocesi, alle comunità cristiane, alle famiglie religiose impegnate nella pastorale sanitaria, alle associazioni degli operatori sanitari e del volontariato. In tutti possa crescere la consapevolezza che «nell’accoglienza amorosa e generosa di ogni vita umana, soprattutto se debole e malata, la Chiesa vive oggi un momento fondamentale della sua missione» (Giovanni Paolo II, Esortazione  Apostolica postsinodale, Christifideles laici, 38).
Affido questa XXI Giornata Mondiale del Malato all’intercessione della Santissima Vergine Maria delle Grazie venerata ad Altötting, affinché accompagni sempre l’umanità sofferente, in cerca di sollievo e di ferma speranza, aiuti tutti coloro che sono coinvolti nell’apostolato della misericordia a diventare dei buoni samaritani per i loro fratelli e sorelle provati dalla malattia e dalla sofferenza, mentre ben volentieri impartisco la Benedizione Apostolica.
Dal Vaticano, 2 gennaio 2013
Benedictus PP XVI

VIII Mercoledì della Fede: La spiritualità come percorso conoscitivo verso la santità.

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“I miei occhi hanno visto la tua salvezza” Lc 2,30

Stiamo per entrare in Quaresima. Ed urge recuperare la nostra spiritualità, anticipando il tempo che scorre. Uno dei peccati più grandi da parte dell’uomo è perdere tempo, lasciarsi vincere dalla stanchezza , dall’inerzia, dalla pigrizia, rinunciando a quell’appuntamento, che rivitalizza e cambia totalmente la nostra vita: l’ascolto della Parola di Dio. Sant’Agostino ci dice che spesso “il Signore passa in mezzo a noi e, a volte, non ci accorgiamo di Lui”. Sciupiamo, quindi, quei momenti di grazia, che il Signore ha preparato per noi e , deboli, avvertiamo un senso di vuoto che ci abbatte, distratti dai nostri egoismi, mentre Dio continuamente cerca di richiamarci a Sé.  Dunque, diventa una delle possibilità di recupero, ascoltare spesso persone che possano insegnarci a cogliere questa grazia, che, a volte, disdegniamo, avendo persa la gioia di custodirla e di farla fruttificare. Un percorso guidato dallo Spirito Santo, che anima la nostra vita e ci rende creativi, può aiutarci ad avere un quadro più visibile della storia delle nostre radici cristiane. Lo Spirito alita nella nostra esistenza. Ecco che diventa utile anche conoscere i fondamenti della nostra fede e ciò può avvenire, interiorizzando anche la storia della Chiesa attraverso le sue tappe principali. Ci accorgeremo sempre più quanto Cristo è costantemente presente  nella storia e che lo Spirito Santo traccia il cammino, plasmando  con il suo tempo, che non è quello umano, la vita di ogni creatura. I Padri apostolici sono detti tali perché hanno prodotto con la loro azione ed i loro progetti, ispirati dallo Spirito, le comunità cristiane e la dottrina teologica della Chiesa. I primi maestri hanno trasmesso le verità cristiane, radicate dapprima nella cultura ebraica, difendendo dalle eresie e portando il loro contributo di conoscenza del Cristo, attraverso le lingue più conosciute del periodo II e VIII secolo: il greco ed il latino. In Oriente ricordiamo Atanasio, Basilio Magno, Giovanni Crisostomo, Giovanni Damasceno; in Occidente Ambrogio, Girolamo, Agostino, Isidoro. Nel periodo, da Nerone a Diocleziano, abbiamo il martirio cristiano fino all’editto di Costantino (313 d. C. ) che pone fine alla strage. Martiri furono Stefano, Pietro e Paolo etc. Le comunità chiuse nelle catacombe cominciano ad avere lo spirito missionario e, a poco a poco,  nascono le prime problematiche teologiche, che avranno nei concili le risoluzione dogmatiche.  Alla fine del IV secolo, dopo la divisione dell’Impero in Occidentale ed Orientale, la Chiesa si divide con il Papa, massima autorità occidentale e il Patriarca nelle Chiese orientali. Con la fine dell’Impero Romano d’Occidente, la Chiesa comprese che il suo successo dipendeva dallo Spirito Santo, che agisce nella storia.  Inizia l’insegnamento del vangelo con la conversione di popolazioni barbare da parte dei Santi.  In Oriente l’Impero fu saccheggiato dai musulmani con la presa di Costantinopoli e, a poco a poco, si diffuse uno stile di vita, che faceva vivere gli insegnamenti di Gesù nel quotidiano: il monachesimo. Siamo nel Medioevo. Gli insegnamenti di Cristo si vivono in maniera diversa dal martirio. Il primo monaco fu Antonio, vescovo di Alessandria d’Egitto nel  300. Seguirà San Benedetto con la sua regola” Ora et labora”, e poi Bonifacio, Cirillo e Metodio, Bernardo di Chiaravalle, San Francesco, Santa Caterina da Siena. Tra il XV ed il XVIII secolo Sant’Ignazio di Loyola, San Francesco di Sales, Sant’Alfonso de’ Liguori, Santa Teresa d’Avila, San Giovanni Bosco; nel mondo contemporaneo Giovanni XXIII, Massimiliano Kolbe, Santa Teresa del Bambin Gesù, San Pio da Pietrelcina. Quindi un percorso spirituale, continuamente aperto anche ai nostri giorni, che ci porta a considerare la Spiritualità, una teologia come vita, piena adesione alla dottrina di fede attraverso l’esercizio delle virtù teologali, morali e delle beatitudini. L’alito di Dio porta l’uomo nella storia. E gli esempi santificati sono nostri modelli di sequela Christi contro ogni intemperanza e fragilità umana. A proposito dell’intemperanza, San Francesco di Sales ricorda  San Vincenzo de’ Paoli come “immagine più perfetta della mansuetudine del Salvatore divino” e. alla fine della sua vita, lascia in eredità il suo ultimo invito per poter contemplare l’amore di Dio: humilité, umiltà. Infine don Bosco ha, altresì, parole calorose verso Vincenzo de’ Paoli e ricorda una frase del Santo, che è l’effusione dell’amore divino nella sua santità: “ Non trovo cosa  che mi piaccia se non in Gesù Cristo”. Santità: cammino coerente che tutti possiamo percorre nella più piena libertà quando facciamo uscire l’immagine di Dio  in noi per offrirla a chi ci sta vicino, a chi non conosciamo, a chi ha bisogno del nostro sorriso.

L’Eucarestia nel fondamento biblico

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Nella sinagoga di Cafarnao Gesù tiene un discorso eucaristico, così come lo riporta Giovanni capit. 6, versetti 26-59.

26 Gesù rispose: «In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. 27 Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». 28 Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?». 29 Gesù rispose: «Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato».
30 Allora gli dissero: «Quale segno dunque tu fai perché vediamo e possiamo crederti? Quale opera compi? 31 I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo». 32 Rispose loro Gesù: «In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero; 33 il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». 34 Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». 35 Gesù rispose: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete. 36 Vi ho detto però che voi mi avete visto e non credete. 37 Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me; colui che viene a me, non lo respingerò, 38 perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. 39 E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno.40 Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell’ultimo giorno».
41 Intanto i Giudei mormoravano di lui perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». 42 E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre. Come può dunque dire: Sono disceso dal cielo?».
43 Gesù rispose: «Non mormorate tra di voi. 44 Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. 45 Sta scritto nei profeti: E tutti saranno ammaestrati da Dio. Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me. 46 Non che alcuno abbia visto il Padre, ma solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. 47 In verità, in verità vi dico: chi crede ha la vita eterna.
48 Io sono il pane della vita. 49 I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; 50 questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. 51 Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
52 Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». 53 Gesù disse: «In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. 54 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. 55 Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. 57 Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. 58 Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
59 Queste cose disse Gesù, insegnando nella sinagoga a Cafarnao.

Qui si riflette una teologia più approfondita di quella presente nei sinottici. Questi ultimi furono scritti dal 70 d.C fin all’80 circa; poi verrà Giovanni dal 94 in poi e la data potrebbe prolungarsi fin al 101. In Giovanni abbiamo dietro una comunità che ha già fatto un percorso di fede. Mentre i sinottici riflettono un problema di fondo ( stanno morendo tutti i testimoni e si avverte il bisogno di mettere per iscritto il percorso di Gesù per essere divulgato alle nuove generazioni), Giovanni si inserisce nel periodo della diffusione della prima eresia, l’arianesimo, che negava la reale incarnazione del Figlio di Dio. Ci si chiede chi è l’Anticristo.

Questa espressione appare in 4 versetti:

1Giovanni 2:18

Gli anticristi
(1Gv 4:1-62Gv 7-11Gv 16:13-15
Ragazzi, è l’ultima ora. Come avete udito, l’anticristo deve venire, e di fatto già ora sono sorti molti anticristi. Da ciò conosciamo che è l’ultima ora.

1Giovanni 2:22

Chi è il bugiardo se non colui che nega che Gesù è il Cristo? Egli è l’anticristo, che nega il Padre e il Figlio.

1Giovanni 4:3

e ogni spirito che non riconosce pubblicamente Gesù, non è da Dio, ma è lo spirito dell’anticristo. Voi avete sentito che deve venire; e ora è già nel mondo.

2Giovanni 7

I falsi dottori
1Gv 4:1-6; 2:18-23
Poiché molti seduttori sono usciti per il mondo, i quali non riconoscono pubblicamente che Gesù Cristo è venuto in carne. Quello è il seduttore e l’anticristo.

Esso non è altro chi nega il Figlio di Dio nella carne. Infatti nel Vangelo di Giovanni non si legge la parola “uomo”, “ si è fatto uomo”, ma troviamo “carne”. Quindi i sinottici parlano dell’eucarestia come corpo e sangue mentre  Giovanni ci parla di carne e sangue. Paolo, scrivendo prima del 64 d.C., ci dà un racconto nella prima lettera ai Corinzi e dice che trasmetterà lui stesso ciò che ha ricevuto, un patrimonio di fede che divulga e custodisce. Nel già citato Discorso di Cafarnao, Gesù fa porre l’attenzione nel parlare dell’EUCARESTIA COME CARNE E SANGUE. Già nel Levitico, che contiene le norme per il culto di Gerusalemme, viene fatto obbligo di separare la carne dal sangue nei sacrifici. Quindi l’Eucarestia sin dai primordi è stata considerata un vero sacrificio che toglie i peccati del mondo. Dai capitoli 13 -16 Giovanni ci ha trasmesso la Cena vissuta da Gesù. Però nel racconto non ci parla dell’istituzione dell’Eucarestia per tre motivi:

1) Giovanni non ha preoccupazione di indicare modalità di celebrazione eucaristica;

2) c’è preoccupazione invece di dare significato all’Eucarestia;

3) Tale significato è CELEBRAZIONE e CONVITO DI SERVIZIO.

Con la lavanda dei piedi ci conduce nel significato intimo dell’eucarestia e nella forma di governo che è norma vigente. In tutti i discorsi con i farisei, Gesù non si fa mai togliere la responsabilità di essere Maestro e la forma di governo che istituisce è l’eucarestia. “ Sei io lavo i piedi, anche voi dovete lavare i piedi agli altri” e “ lasciate che i grandi della terra spadroneggino, voi comportatevi diversamente”. Come i sinottici, Giovanni lega il significato dell’eucarestia con il segno della moltiplicazione dei pani. I verbi utilizzati sono quelli dell’Istituzione Eucaristica. Ed in più Giovanni fa seguire alla moltiplicazione dei pani e dei pesci l’entusiasmo della folla. Ma Gesù fugge, non si gloria di ciò perché non è un politico, che vive di acclamazione e che risolverà i problemi materiali. Il segno ha un altro significato. Ma cos’è un segno?  E’ una realtà che mi rimanda ad altra realtà. Ha una sua consistenza ma ci rimanda ad una più profonda .Gesù dona loro la possibilità di vedere un segno nel suo gesto per accedere alla realtà significata. Segno di un cibo che dura per la vita eterna. Ora l’opera che l’uomo deve compiere è riconoscere il compito del Figlio mandato dal Padre per salvare il mondo. Gesù nella sinagoga cafarnanea fa un discorso che possiamo definire “pericoloso” per chi non riesce a cogliere il significato del segno. La manna del deserto era solo manna, il Pane del cielo è altro. La manna non è altro che anticipazione di quello che Dio donerà con Gesù. Gesù rivela, quindi, di essere Lui il Pane del Cielo, il Pane della Vita. Non dice di essere tutto il pane del mondo ma quel PANE, che spezza e dà ai discepoli. Ma è possibile accogliere Gesù e riconoscere il segno solo se si è attirati dal Padre. Il segno più grande dell’Amore è lasciare liberi. Il Padre ci lascia liberi e rispetta la nostra libertà. Il vero Amore, l’immenso Amore, apre il cuore alla libertà.

Dio dà la libertà agli uomini di accogliere la Grazia. I doni che il Signore ci dà, ci responsabilizzano. E finalmente percepiamo che la felicità non è ricevere un dono  ma quando si manifesta l’amore con il dono totale di se.  Riuscire a donarsi è esperienza dolorosa e così come scrive Giovanni nel capitolo 15 “ di potatura”; ma tutto ciò ha senso perché la potatura serve a far diventare ancor di più rigogliosi. Nella lettera a Timoteo, Paolo ci ricorda che Dio vuole la salvezza di tutti. E l’Eucarestia nella sua finalità escatologica è anticipazione di ciò che sarà alla fine, cioè la vita in piena comunione. anima e corpo, con la Trinità. Risorgere. Ma come sarà la risurrezione, non lo sappiamo. Gesù, dopo la sua risurrezione,  non viene immediatamente riconosciuto perché trasfigurato. L’espressione “ Pane della vita”, quindi, potrebbe essere più profondamente tradotta dal testo originale, vedendo in quel genitivo la caratteristica di epesegeticità, cioè rafforzamento. Allora il significato si risolve nel tradurre meglio con “Pane che è la Vita”. Eucarestia è , dunque, sangue e carne; e Gesù radicalizza sempre di più se sappiamo cogliere la sfumatura del verbo utilizzato nel  testo greco “ Mastica la mia carne”. Pertanto non sciogliamo l’ostia in bocca ma mastichiamo la carne  di Cristo, così come ci ha detto Gesù.

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